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LA REPUBBLICA del 23 aprile 2013 

POSTED ON August 6  - POSTED IN L'Amaca
Passando agevolmente dentro lo sbrego che la destra di potere e specialmente la Lega hanno aperto, lungo gli anni, nel tessuto democratico del nostro Paese, i neonazisti europei si ritrovano volentieri nei dintorni di Varese (Lombardia, Italia), dove da anni si celebra con molta birra, e liete danze, il compleanno di Hitler, cioè si festeggia (implicitamente o esplicitamente poco importa) lo sterminio di milioni di uomini, donne, bambini. Questo accade sotto lo sguardo preoccupato della Digos, che si presume ne approfitti per raccogliere utili informazioni sui partecipanti al party: che si è svolto, sotto forma di festa privata, in un’area affittata ai nazisti da un circolo culturale vicino alla Lega. Non eguale allarme il raduno hitleriano sembra suscitare tra le autorità locali e regionali. Per ora non sono pervenute reazioni formali – neanche quelle parolette rituali che aiutano, comunque, a sapere che chi deve sapere, sa – da parte del governatore della Lombardia Maroni, né dalle istituzioni politiche di Varese e provincia. Eppure esistono in Italia, così come in tutta Europa, leggi contro l’istigazione all’odio razziale. In provincia di Varese no? Chissà se le vivaci curve ultras locali, almeno per coerenza, hanno mandato agli ospiti con svastica, arrivati da così lontano, un messaggio di benvenuto. 

LA REPUBBLICA del 14 marzo 2013 

POSTED ON August 6  - POSTED IN L'Amaca
Il Pd (anche per colpa sua) non gode di buona stampa. Per niente. Quasi proverbialmente, del resto, si dice da anni che “la sinistra è incapace di comunicare”. Ma in qualche caso — va detto — questa sua incapacità è largamente assecondata dal sistema mediatico nel suo complesso (web compreso). Piccolo esempio: l’altro giorno la capogruppo delle Cinque Stelle Roberta Lombardi ha ripetuto che “alla Camera siamo la prima forza politica”. Ne è onestamente convinta. E lo ero anche io. E credo lo sia l’opinione pubblica italiana quasi al completo: M5S ha preso più voti di tutti alla Camera dei deputati, come è stato scritto sui giornali, detto nei telegiornali. Poche ore dopo, timidamente, qualche deputato del Pd, qualche sito periferico, voci sparse sul web, spiegano che non è vero. Il primo partito alla Camera è il Pd, con 8.932.615 voti. Cinque Stelle secondo con 8.784.499 voti. Differenza di 148.116 voti in favore del Pd. Dopo il voto si era imposta la notizia che Grillo fosse primo alla Camera perché lo spoglio era incompleto: mancava ancora il voto degli italiani all’estero, oltre un milione di schede valide. Ho potuto verificare il dato su Huffington Post. Altrove, nessuna traccia. 

LA REPUBBLICA del 13 marzo 2013 

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Senza volerlo, il party abusivo del centrodestra nel Palazzo di Giustizia di Milano può dare un piccolo grande aiuto al dibattito in corso sull’uso migliore (o meno peggiore) di questa legislatura. Chi avesse ancora qualche dubbio, nel centrosinistra, su chi sono i sovversivi in questo Paese, può toglierselo: i sovversivi sono i pretoriani di un leader plurinquisito, plurimputato, condannato per avere comperato sentenze e accusato di avere corrotto membri del Parlamento. Il picchetto berlusconiano sulla scalinata bianca del Palazzo milanese sembra, vent’anni dopo Tangentopoli, l’immagine stessa della Restaurazione: a dover temere le monetine degli intemperanti, questa volta, sono i giudici. Si presume che nel partito di Bersani e Renzi eventuali supporter di un “governissimo” si sentano indeboliti dal truce spettacolo milanese: non è solo l’elettorato, sono la decenza e il buon senso a suggerire di abbandonare Berlusconi e i berlusconiani al loro destino di dissoluzione, in attesa che (tra un anno? un secolo? nella quarta dimensione?) nasca perfino in Italia una destra legalitaria e fedele alla Costituzione, che possa definirsi “moderata” senza far ridere gli astanti. 

LA REPUBBLICA del 17 marzo 2013 

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Devo dire che se fossi una persona per bene eletta alla Camera (ce ne sono parecchie), non so come reagirei trovando tutta la parte alta dell’emiciclo occupata simbolicamente dai cinquestellati. È, quello «stare sopra», la rappresentazione simbolica di una superiorità morale autoproclamata: «Stiamo in alto, sopra a tutti quanti, perché il nostro compito è controllarvi». Essendo di indole gentile, non so se riuscirei a pronunciare, sia pure con un sorriso amichevole, il sonante, meritatissimo «vaffanculo» che ristabilirebbe finalmente un rapporto paritario e solidale tra il grillismo e il resto del genere umano. So invece che la collocazione parlamentare di quei deputati ci aiuta non poco a definire la loro natura politica. Esattamente come è avvenuto per “destra” e “sinistra”, concetti nati attorno alla semplice descrizione della porzione di Parlamento occupata dai gruppi. Rispettando la volontà dei cinquestellati di non stare (anche fisicamente) né a destra né a sinistra né al centro, propongo ufficialmente di chiamarli, di qui in poi, i Superiori, in quanto membri del Gruppo Superiore alla Camera dei deputati 

LA REPUBBLICA del 29 marzo 2013

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Anche a basso costo – dunque senza contrariare gli psicoragionieri delle Cinque Stelle – esistono ottime telecamerine (e giovani cameraman volonterosi e magari anche volontari) in grado di offrire immagini meno squallide, meno mutilate, meno avvilenti di quelle propinate agli italiani con l’ormai famoso streaming Bersani-Crimi. C’è un’estetica non da Camera, ma da cameretta in quell’umiliante you tube sfocato, con l’audio rimbombante, e l’occhio fisso e stupido di un portatile che non è in grado, dell’umano, di darci che una traccia quasi robotica, come nei porno fatti in casa, o nelle consolle delle guardiole di sorveglianza. Se proprio dobbiamo essere ostaggi di questo orwellismo da operetta, che almeno ci concedano la facoltà di scegliere come essere inquadrati. Non è che pretendiamo Barry Lindon, con i tamburi che danno il passo alla fanteria e le nuvole d’Irlanda sullo sfondo. Ma qualche immagine da minimo sindacale, alla quale, dopo tutti questi anni di società dello spettacolo, ognuno avrebbe diritto, compresi i poveri Crimi e Lombardi. Ogni rivoluzione ha la sua estetica, la francese ebbe il lampo della ghigliottina e l’urlo della folla, la russa il futurismo, questi qui vorranno mica propinarci la fissità depressa e vagamente onanista del web… Ma che se lo cucchino loro, il fottuto web. Noi vogliamo morire in Cinemascope. 

LA REPUBBLICA del 6 marzo 2013 

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Molto in auge anche grazie all’onda travolgente delle Cinque Stelle, il web aggiunge al dibattito politico molto di utile e molto di nuovo; ma anche tonnellate di tossine, e di informazione di qualità infima. Torme di cialtroni, di esaltati, di fanatici si muovono a meraviglia dentro quei materiali in pillole e quei ritmi sincopati, profittano della velocità e del fracasso per isolare la frase o la parola e ricamarci sopra un mondo intero di illazioni, dicerie, accuse, infamità assortite. Per attenerci solo alle ultime ore, a parte un paio di allegre minacce di morte al sottoscritto (ma quelle fanno parte del folklore), ecco un bouquet di “opinioni” rimbalzate in rete: Grillo copia i suoi discorsi da Hitler, la capogruppo di 5 Stelle è una fascista, Renzi è già d’accordo con Berlusconi, Stefano Benni è andato a trovare Grillo perché è una spia comunista, Bersani è andato da Fazio portandosi la claque (era il fan club di Malika Ayane, ndr). Se c’è qualcuno che non sa nulla, lo twitta immediatamente. Se c’è qualcuno che odia qualcun altro, il computer è la sua clava. Sarà anche vero che il web si autocorregge e si autoemenda, come dicono i fiduciosi. Ma nel frattempo: quanta merda, ragazzi. 

LA REPUBBLICA del 2 marzo 2013 

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Si riparla, per il povero Berlusconi, di un’uscita di scena “da Caimano”, aizzando la folla dai gradini di uno dei tanti palazzi di Giustizia che è costretto a frequentare. C’è però una clamorosa novità che neanche Nanni Moretti e i suoi sceneggiatori potevano prevedere: che la drammatica scena possa svolgersi in secondo piano, e quasi in ombra, e boati e bagliori ci arrivino come un’eco lontana (lontana nello spazio e nel tempo). Lui non è più al centro della scena: abbiamo ben altro a cui pensare. E le sue sorti personali – alle quali parevano appese come un trascurabile accessorio anche le nostre — non sono più decisive, se non per lui. Perfino il colpo di maglio giudiziario che gli arriva non dalla “comunista” procura milanese, ma dalla imprevista Napoli, con la terribile accusa di avere comperato e corrotto un senatore, arriva attutito all’opinione pubblica. Come qualcosa che cade in un recipiente già troppo colmo. Come l’ennesima puntata di un serial che non è più di moda, e sta perdendo progressivamente, spettatore dopo spettatore, tutto il suo pubblico. 

LA REPUBBLICA del 21 marzo 2013 

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Nel gran parlare che si fa a proposito degli “italiani di alto profilo” candidabili per Palazzo Chigi o per il Quirinale o per un ministero, consola scoprire che questi italiani e italiane esistono, non sono pochi, e danno l’idea che uno straccio di classe dirigente, tutto sommato, ce la siamo meritata. Tra i tanti nomi letti oppure colti nelle chiacchiere di questi giorni, mi bastano quelli di Stefano Rodotà, Anna Maria Cancellieri, Valerio Onida, Salvatore Settis, Emma Bonino, Carlo Petrini, Gustavo Zagrebelski per immaginare un paese migliore, più competente e dignitoso: ma ognuno ha i suoi, di nomi spendibili. Se poi questa illustre pattuglia potesse giovarsi anche di qualche politico (ce ne sono, di persone di alto profilo e solida competenza, anche nella famigerata “casta”) sarebbe il massimo. Ma sentendo gli umori e leggendo i giornali pare di intendere che nell’attuale passaggio d’epoca avere fatto politica in questo Paese, comunque la si sia fatta, per qualunque fine e con qualunque mezzo, sia di grande ostacolo. I politici, nella politica, partono svantaggiati. Non tutti se lo meritano, ma non è questo il punto. Il punto è che di persone brave avremmo talmente bisogno che cancellare dal novero i politici di talento, e per bene, è davvero un lusso. Speriamo di poter tornare presto, come ovunque nel mondo, a considerare legittimo che i politici facciano politica. 

LA REPUBBLICA del 28 febbraio 2013 

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Vedremo (e sentiremo) cose che voi umani non avete mai visto e sentito. Decida ognuno se spaventarsi o gioire, la sola cosa certa è che le chiuse del tempo si sono spalancate di colpo, dopo molti anni di stagnazione. Quando Grillo candida al Quirinale Dario Fo che candida Carlo Petrini, chi storce il naso si domandi se lo storce perché ha a cuore le sorti della Repubblica o perché ha a cuore solo le proprie abitudini e le proprie categorie di giudizio. Spetta a tutti, di qui in poi, uno sforzo gigantesco per evitare le due evidenti maniere di diventare patetici. La prima è manifestare raccapriccio e sgomento per ognuna delle tante nuove cose con le quali ci toccherà fare i conti (e saranno anche conti con noi stessi). La seconda è manifestare entusiasmo a prescindere, come chi si accoda al nuovo solo per il terrore di sentirsi vecchio. Siamo in mezzo a un’onda di piena, nuotare o annegare è questione di sfumature. 

LA REPUBBLICA del 24 marzo 2013 

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Non so se sia una considerazione lieta o triste: ma bastano poche ore lontano dall’Italia e passa il magone. Forse è solo una fuga. Il sollievo di allontanarsi dal livore e dall’impotenza che paiono i due binari lungo i quali arranchiamo. Forse, invece, è un ritorno alla normalità: la normale urbanità, la normale educazione, la normale mancanza di aggressività che dovrebbe segnare il ritmo della società quando si è fuori dalle guerre o dalle oppressioni o dalla fame. Il paragone tra l’Italia e gli altri paesi europei (anche quelli più poveri del nostro, dove la gente è vestita peggio, le automobili più vecchie, i negozi più modesti) sta diventando impietoso. Parlo della vita quotidiana – il traffico, le cose da sbrigare, i rapporti formali con gli altri – quella che dà tono all’umore sociale quasi quanto lo stato dell’economia. Viene spontaneo, quando si è all’estero, pensare che l’Italia stia diventano un paese “cattivo”, dove il malanimo reciproco è fuori controllo, le ostilità sociali non più temperate dalla politica. Non era questo, un tempo, il nostro segno distintivo: il mito della dolce vita e del buon vivere ci rendevano “simpatici”, e invidiati malgrado la fama di pasticcioni e di furbi. Ora mi capita – ed è un rovesciamento imprevisto – di trovare molto più dolce la vita all’estero; e molto più simpatici gli sconosciuti passanti di città a un paio d’ore d’aereo da noi. 
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