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L’AMACA di Michele Serra del 10/01/2016

POSTED ON January 13  - POSTED IN L'Amaca

Ho visto il film di Checco Zalone e mi è piaciuto parecchio. È ben pensato, ben scritto, ben girato, ben recitato, è divertente con chiazze di malinconia come dev’essere un film comico che si rispetti. Si legge e si sente dire da parecchie parti che questo film, e il lavoro di Zalone in generale, dispiacerebbero ai radical-chic. Non essendo un radical-chic ma un pennivendolo marcatamente pop (sono stato anche autore di un paio di Sanremo) non ho idea di che cosa passi per la testa dei radical-chic, e perché mai dovrebbero detestare Zalone. Il suo personaggio di italiano figlio di mamma, pastasciuttaro e innamorato del posto pubblico mi sembra semmai nel solco (certo non populista, anche se molto popolare) della commedia all’italiana classica, alla Sordi, tra i cui sceneggiatori e registi c’erano un sacco di comunisti con le case piene di libri, che per mestiere prendevano per i fondelli il popolo, proprio come oggi fa Zalone. Credo di poter dire che buona parte del dibattito sul film di Zalone sia di livello molto inferiore rispetto al film che lo ha innescato. È nutrito di frasi fatte sulla destra, la sinistra, i radical-chic, la comicità, la satira. È pretestuoso e autoriferito, con un sacco di gente che non parla del film ma dei fatti propri. Spesso, del resto, gli artisti faticano (e rischiano la faccia) e gli altri chiacchierano. Se fossi Zalone-Nunziante, per il prossimo film di Zalone prenderei ispirazione dal dibattito sui film di Zalone.

L’AMACA di Michele Serra del 29/04/2015

POSTED ON May 8  - POSTED IN L'Amaca

UN CRIMINE che avviene in un luogo affollato ha centinaia di testimoni attendibili. Ma non è questo il caso della bomba carta esplosa nello stadio Olimpico a Torino, né di qualunque altro atto violento o illegale commesso da o tra curvaioli. Per ricostruire la dinamica di quel botto, gli inquirenti devono sperare nei filmati o in una “soffiata” imprevista e insperata. Perché vige, in quei luoghi, la stessa omertà che offusca la vista e la favella nei quartieri di malavita, e gli inquirenti possono trovare nei protagonisti (comprese le vittime) ben poca collaborazione. Sono mondi, quelli, autoregolati, che non conoscono altra legge e altra parola al di fuori della propria. Perfino l’odio per il fronte avverso non vale a collaborare con gli “sbirri”: molto difficilmente un ultrà denuncerebbe un ultrà avversario, perché vorrebbe dire appaltare ad altri lo scopo stesso di quegli assembramenti maschili, che è il continuo regolamento dei conti tra tribù.

Centinaia di migliaia di italiani, forse milioni (me compreso) non mettono più piede in uno stadio perché non lo riconoscono più come un luogo pubblico. Gli ultrà lo hanno privatizzato. La sola maniera di smuovere i ponzipilati che gestiscono il calcio è prenderli per fame vuotando gli stadi. Già adesso sono così disposti: le due curve fumiganti e vomitanti insulti, una sparuta tribuna centrale di signori eleganti, e tutto il resto vuoto.

LA REPUBBLICA del 25 aprile 2013 

POSTED ON August 6  - POSTED IN L'Amaca
Se Letta ce la fa, saremo di fronte al sogno di Grillo: un governo Pd-Pdl. Con l’alto patrocinio della presidenza della Repubblica, il consenso entusiasta di Berlusconi, la complicità convinta di pezzi del Pd, la rassegnazione impotente degli altri pezzi di un Pd in pezzi. Lo so, è una sintesi rozza e approssimativa. Non dà atto delle ragioni, anche rispettabili, di chi sottolinea l’emergenza, l’urgenza, la contingenza e tutti gli altri enza. Ma descrive la bruta sostanza di un esito politico durissimo da digerire per molti milioni di italiani. E tanto più duro quanto non obbligatorio, come in molti vogliono farci credere. Non lo rendeva obbligatorio il risultato elettorale (anzi!), che indicava una volontà magari scomposta, ma inequivocabile, di svolta radicale. Non lo rendeva obbligatorio il tripolarismo traballante del nuovo Parlamento, che metteva sullo stesso piano di improbabilità un’intesa Pd-M5S e un’intesa Pd-Pdl, ma un poco più improbabile la seconda almeno a giudicare dai programmi, dagli umori dei due elettorati, dalla storia degli ultimi vent’anni. È stata dunque scelta una strada evitandone un’altra. Gli attori di questa scelta (compreso lo stesso Grillo, che ha trattato la sinistra con spregio astioso) abbiano l’onestà, di qui in poi, di rivendicarla come tale: una scelta. 

LA REPUBBLICA del 5 maggio 2013 

POSTED ON August 6  - POSTED IN L'Amaca
Che Berlusconi (con tutto il rispetto) non sia un padre costituente, è come dire che Califano (con tutto il rispetto) non era De André. Sono ovvietà. Per altro, se uno con il Pdl ci fa addirittura un governo, diventa abbastanza difficile interdire allo stesso Pdl il diritto di indicare il proprio capo per un incarico di grande prestigio, del quale vantarsi, all’occorrenza, con le signore. Pare di capire che molti uomini del Pd pretendano dal Pdl una specie di muta fedeltà, come Mandrake con Lothar. Che serva la causa delle larghe intese e non disturbi troppo. Che sia prestante quando si tratta di sollevare pesi e votare leggi, ma non si monti troppo la testa. Dispiace dover far presente che il Pdl, oltre a non essere Lothar, è quella cosa lì, ben nota da parecchi anni: il partito di Silvio Berlusconi, con la Biancofiore, la Michela Brambilla, il Brunetta, il Sacconi e tutto il resto. Pare invece di cogliere, nell’atteggiamento del Pd rispetto ai suoi partner di governo, una sorta di amareggiata sorpresa: ma come? La Biancofiore alle pari opportunità? Berlusconi alle riforme costituzionali? Come se si aspettassero Bismarck o Churchill. Che poi, per dirla tutta, non è neanche cortese condividere con qualcuno una tranche de vie così impegnativa come un governo, e poi fare gli schifiltosi se quello non è abbastanza di mondo.

LA REPUBBLICA del 9 maggio 2013 

POSTED ON August 6  - POSTED IN L'Amaca
A i fautori delle larghe intese sfugge la folle anomalia italiana. Qui non si tratta di superare o smussare le differenze ideologiche tra destra e sinistra, compito improbo ma concepibile in tempi di emergenza sociale. Si tratta di fare finta che non gravino, sul leader di uno dei due schieramenti, processi e sentenze; di disinnescare uno scontro ventennale non sull’Imu o altre somme e sommette, ma sull’indipendenza della magistratura e sulla giudicabilità del potere politico. Così che ad ogni stormire di scartoffia, ad ogni refolo di tribunale, tutti tremano e sono costretti a sperare che una tregua o una distrazione o un caritatevole trucco possano rimandare a chissà quando il Giorno del Giudizio, che non varrà – capite la pazzia – solo per Lui, varrà per tutti, per il governo, per la legislatura, per la destra idolatra che se lo è scelto senza fiatare, per la sinistra imbelle che se lo è sciroppato fino a questa disperata partnership, per tutto lo sciagurato Paese che vive, da vent’anni, in ostaggio di un uomo che altrove (vedi Bernard Tapie in Francia) sarebbe stato rimesso al suo posto in un paio d’anni al massimo. Ieri era Nitto Palma, oggi una sentenza, domani un nuovo scontro al penultimo sangue tra avvocati, magistrati e parlamentari sempre inchiodati alla stessa croce. È politica, questa? O è la sua sospensione fino a nuovo ordine? 

LA REPUBBLICA del 17 luglio 2013

POSTED ON August 6  - POSTED IN L'Amaca
L’intervista di Repubblica tivù a Giulia Kyenge, figlia diciassettenne del ministro Cécile, è la risposta più festosa e più vitale che il razzismo possa ricevere. (L’unico rischio è che l’intelligenza e la fresca bellezza di Giulia possano aumentare quel complesso di inferiorità, esplicito o inconscio, che è la vera molla del razzismo). Giulia è sicura che ai razzisti basterebbe conoscere il mondo e viaggiare per cambiare opinione. Ha quasi ragione. Solo quasi, perché all’uomo bianco viaggiare non è sempre bastato per capire gli altri popoli e le altre culture; e anzi, uno degli ingredienti del razzismo “moderno” fu la scoperta del “selvaggio”, ovvero dell’uomo integrato nella natura fino a farne parte, considerato “meno umano” proprio perché più saldamente legato al proprio ambiente naturale. Una eco di questo equivoco era presente anche nella spiritosaggine razzista di Calderoli. Ma nel momento in cui l’uomo bianco è costretto a fare i conti con la devastazione ambientale, il vecchio pregiudizio sul “selvaggio” appeso ai rami, magari da esporre in gabbia come avvenne fino ai primi del Novecento in Europa, suona, se possibile, ulteriormente stupido e ulteriormente dannoso.

LA REPUBBLICA del 14 maggio 2013 

POSTED ON August 6  - POSTED IN L'Amaca
Si sente in giro, tra le persone in genere munite di passione civica, uno strano umore, chissà se di sfinimento, o di smarrimento, o di resa, che riassumerei così: qualunque cosa accada, io non posso farci più niente. È come se il gioco della politica fosse stato posto sotto sequestro dalle pubbliche autorità. È in mano loro, in qualche stanza chiusa, e lo si gioca a un tavolo ancora più esclusivo – se possibile – di quello al quale ci eravamo abituati: attorno al quale, perlomeno, ci si assiepava per fare il tifo, credendo o illudendoci di spalleggiare questo o quel giocatore con il calore della nostra presenza. C’è da chiedersi se chi ha architettato questa stretta politica (“larghe intese” è quasi un ossimoro: sono state decise in molto ristretta schiera) avesse messo nel conto questo effetto di ulteriore straniamento. E, nel caso lo avesse messo nel conto, se ne è contento, perché proprio questa era la mira, levare la politica di mano a chi non è abbastanza cauto, abbastanza professionista; oppure se questa lontananza lo spaventa, ne avverte il peso, la patologica cappa di silenzio. Chi fa politica, da sempre, non può odiarla al punto di non capire che questa situazione è anormale, penosa come una partita giocata a porte chiuse, in uno stadio vuoto. 

LA REPUBBLICA del 4 aprile 2013 

POSTED ON August 6  - POSTED IN L'Amaca
Si ignora se, e quanto, quelle che Barbara Spinelli chiama “le oligarchie dei sapienti” ( Repubblica di ieri) abbiano capito di camminare su ghiaccio sottile, più sottile ogni giorno che passa. A Roma tira uno stracco venticello di conservazione: come se fosse la conservazione a poter riavvicinare una politica vecchia a una società che l’accusa di essere vecchia. Il criticatissimo Bersani almeno una cosa vera, giusta e profonda l’ha detta: responsabilità e cambiamento in questo momento sono la stessa cosa. Sinonimi. Dunque, non cambiare è irresponsabile. Per un vecchio riformista pragmatico, non certo avvezzo ai colpi di testa e alle scelte radicali, non sono parole facili o leggere da pronunciare. Quanti nel suo partito le condividono? Di Grillo ormai si sa, reclama per se stesso il cento per cento del cambiamento, nonché di ogni virtù. Ma nel Pd? Davvero c’è qualcuno convinto di poter ingannare il tempo e domare la crisi sociale con un arrocco partitocratico (parola che detesto, ma qui va usata)? Bisogna conoscere poco e male non solamente gli umori della società, ma soprattutto quelli del proprio elettorato, per pensare che il Pd possa uscire vivo da un eventuale accordo di potere con questa destra. Non genericamente una destra: questa destra. Quella che ci ha portato proprio qui. 

LA REPUBBLICA del 15 maggio 2013 

POSTED ON August 6  - POSTED IN L'Amaca
Come si dice al bar, quattro milioni e mezzo di euro un’operaia o un’impiegata non li guadagnano in una vita, anzi in due. Questo mi pare il succo della vicenda Ruby, paradigma di un periodo non memorabile della nostra storia patria. Il processo, poi, per sua natura insegue il brutale discrimine tra colpa e innocenza, e si capisce che mobiliti tifoserie. Ma quella montagna di quattrini rimane, è lì, più eloquente di qualunque requisitoria e di qualunque arringa difensiva. Fosse un “sistema prostitutivo” o una cornucopia per allegre baccanti, descrive comunque la totale perdita di rapporto tra il denaro e il lavoro, tra il denaro e il merito, tra il denaro e il talento: è la cosa più “contro il mercato” che si possa concepire. Un monumentale errore di sistema. Un imprenditore, specie se si vanta di esserlo ogni due secondi, non può (e non deve) ignorare il valore del denaro al punto di alterarlo così orribilmente. Dire che “ognuno in casa propria fa quello che vuole”, come ripetono i tifosi più ostinati di Berlusconi, può valere come attenuante per lui, non per loro. Non per l’esercito di timorati risparmiatori che frigna per riavere duecento euro di Imu ma vota per un signore che si fa sfilare di tasca un patrimonio da un plotone di ragazzine fameliche. 

LA REPUBBLICA del 5 aprile 2013 

POSTED ON August 6  - POSTED IN L'Amaca
Anche il vecchio Billy Bragg, storica voce del proletariato inglese (una specie di Ken Loach della canzone), se la prende con Paolo Di Canio, “il fascista”. Per Di Canio quasi mi dispiace, la sua protervia politica rasenta l’ingenuità, ho un elenco lungo un chilometro di sportivi ben più sgradevoli e impresentabili di lui. Ma spero che la sua contrastata avventura sulla panchina del Sunderland serva a capire, non solamente a lui, che il fascismo, nell’Europa democratica, non è un’opzione politica. È un tabù. Da noi, specie nella capitale con i muri tappezzati di fascisterie, e in quello stadio che è spesso una selva di saluti romani, gli ultimi anni sono serviti a rendere familiare e dunque digeribile ciò che nel resto del continente puzza di deportazione, di guerra e di macerie fumanti. Quando Di Canio faceva il saluto romano alla curva laziale si poteva anche fare finta di niente e pensare che tanto, un’ora dopo, sarebbero tutti andati dalla sora Lella a fasse ’na magnata. Ma a Londra, in Francia, in Germania, in Scandinavia, non sono solo gli ebrei come David Miliband a considerare come un oltraggio razziale il saluto romano. In Italia l’antifascismo, grazie alla devastazione culturale e politica del berlusconismo, è diventato modernariato. Altrove, è ancora memoria cocente della dittatura che ha incenerito mezza Europa.
 
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