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LA REPUBBLICA del 16 marzo 2013 

POSTED ON August 6  - POSTED IN L'Amaca
Essendo la vecchia politica quasi morta di formalismo, sarebbe davvero un peccato che anche quella nuova avesse lo stesso vizio. Impazza (pure sul blog di Beppe Grillo) il seguente dibattito: una diploma universitario negli Usa vale una nostra laurea breve? Dalla risposta dipendono l’onore e il destino politico della deputata cinquestellata Marta Grande. È accusata (anche da parecchi dei suoi) di avere spacciato per “laurea” un titolo americano non proprio equivalente. Un errore di vanità e di ingenuità. Basterà ad accendere la pira che i Savonarola del web allestiscono minuto per minuto attorno a questo e a quella? Ovviamente c’è chi sogghigna e dice ai cinquestellati: chi di moralismo ferisce, di moralismo perisce, o perirà presto. Vero, ma non è questo il punto. Il punto è che nessuna rivoluzione può nutrirsi di pura meschinità, del gusto spicciolo di sbugiardare Tizio e incastrare Caio, in una specie di patologica parodia de “Le vite degli altri” con il web nel ruolo della Stasi. A furia di controllare le vite altrui, in quel meraviglioso film lo spione se ne lascia contagiare. Avranno uguale fortuna i nuovi inquisitori? Facendo le pulci ai curricula e alle note spese, riusciranno a intravedere gli esseri umani? 

LA REPUBBLICA del 3 febbraio 2013 

POSTED ON August 6  - POSTED IN L'Amaca
Smentire di essere massone, quando qualcuno dice che lo sei, è quasi un riflesso pavloviano. Giusto ieri due autorevoli persone hanno scritto a questo giornale per dirlo, che non lo sono. E se lo dicono, è certamente vero. Rimane — almeno per me — il mistero di un’associazione che ha nomea di essere potentissima, ma alla quale, almeno qui in Italia, nessuno rivendica di essere iscritto; eccezion fatta per qualche anziano professore di provincia autore di volumi ponderosi e noiosissimi sulla storia della massoneria nella sua città. La massoneria è dunque tra le cose che, dopo una certa età, ci si rassegna a non capire (nel mio caso, tra le tante: la massoneria, il jazz e James Joyce). Le si attribuiscono poteri smisurati e mosse decisive; ma è curioso che nessun suo membro — vanitosi come siamo noi maschi — si vanti mai in pubblico di quei poteri e di quelle mosse. La celebre battuta di Groucho Marx, «non accetterei mai di iscrivermi a un club che abbia tra i suoi soci uno come me», nel caso della massoneria va sostanzialmente riformata: «Non capisco perché dovrei fare parte di un club che ha tra i suoi soci solo persone che negano di farne parte». 

LA REPUBBLICA del 17 marzo 2013 

POSTED ON August 6  - POSTED IN L'Amaca
Devo dire che se fossi una persona per bene eletta alla Camera (ce ne sono parecchie), non so come reagirei trovando tutta la parte alta dell’emiciclo occupata simbolicamente dai cinquestellati. È, quello «stare sopra», la rappresentazione simbolica di una superiorità morale autoproclamata: «Stiamo in alto, sopra a tutti quanti, perché il nostro compito è controllarvi». Essendo di indole gentile, non so se riuscirei a pronunciare, sia pure con un sorriso amichevole, il sonante, meritatissimo «vaffanculo» che ristabilirebbe finalmente un rapporto paritario e solidale tra il grillismo e il resto del genere umano. So invece che la collocazione parlamentare di quei deputati ci aiuta non poco a definire la loro natura politica. Esattamente come è avvenuto per “destra” e “sinistra”, concetti nati attorno alla semplice descrizione della porzione di Parlamento occupata dai gruppi. Rispettando la volontà dei cinquestellati di non stare (anche fisicamente) né a destra né a sinistra né al centro, propongo ufficialmente di chiamarli, di qui in poi, i Superiori, in quanto membri del Gruppo Superiore alla Camera dei deputati 

LA REPUBBLICA del 5 febbraio 2013 

POSTED ON August 6  - POSTED IN L'Amaca
C’è davvero qualcosa di vizioso nel signore straricco che parla solo di quattrini, e promette agli italiani la restituzione di una certa sommetta, e la fa tintinnare in televisione. Qualcosa di vizioso e di arcaico, un rapporto di signoraggio e dunque di sudditanza, di dipendenza, di corruttibilità che non odora di libertà, non di dignità, non di democrazia. Posto che i soldi sono importanti, lo sono in politica e lo sono nella vita di ciascuno, e che disprezzarli è un detestabile snobismo; disgusta, però, questo continuo farne il centro di gravità permanente, la quadratura del cerchio, il solo argomento (insieme al sesso) che merita una strizzata d’occhio, una gomitata d’intesa. Il concetto stesso di “idee politiche” – figuriamoci l’etica o la cultura o i diritti o quant’altro – svanisce in mezzo al puzzo disgustoso di una continua, ininterrotta compravendita di consenso, di fiducia, perfino di amore. Il losco intendersi tra il multimiliardario e i derelitti che gli danno credito concede a questi ultimi un sentimento soltanto, che è quello dell’invidia. Chi ha dignità e tiene in buon conto se stesso, non importa se povero o ricco, di destra o di sinistra, capisce che il solo possibile rapporto, con quel signore, è non avere con lui alcun rapporto. Starne alla larga. Chi lo tocca, o anche solo lo ascolta, diventa come lui. 

LA REPUBBLICA del 29 marzo 2013

POSTED ON August 6  - POSTED IN L'Amaca
Anche a basso costo – dunque senza contrariare gli psicoragionieri delle Cinque Stelle – esistono ottime telecamerine (e giovani cameraman volonterosi e magari anche volontari) in grado di offrire immagini meno squallide, meno mutilate, meno avvilenti di quelle propinate agli italiani con l’ormai famoso streaming Bersani-Crimi. C’è un’estetica non da Camera, ma da cameretta in quell’umiliante you tube sfocato, con l’audio rimbombante, e l’occhio fisso e stupido di un portatile che non è in grado, dell’umano, di darci che una traccia quasi robotica, come nei porno fatti in casa, o nelle consolle delle guardiole di sorveglianza. Se proprio dobbiamo essere ostaggi di questo orwellismo da operetta, che almeno ci concedano la facoltà di scegliere come essere inquadrati. Non è che pretendiamo Barry Lindon, con i tamburi che danno il passo alla fanteria e le nuvole d’Irlanda sullo sfondo. Ma qualche immagine da minimo sindacale, alla quale, dopo tutti questi anni di società dello spettacolo, ognuno avrebbe diritto, compresi i poveri Crimi e Lombardi. Ogni rivoluzione ha la sua estetica, la francese ebbe il lampo della ghigliottina e l’urlo della folla, la russa il futurismo, questi qui vorranno mica propinarci la fissità depressa e vagamente onanista del web… Ma che se lo cucchino loro, il fottuto web. Noi vogliamo morire in Cinemascope. 

LA REPUBBLICA del 20 marzo 2013 

POSTED ON August 6  - POSTED IN L'Amaca
Ha perfettamente ragione chi sostiene che la sostanziale esclusione del centrodestra (otto milioni di voti) dai giochi politici in corso è un problema di democrazia. Ma non è alla democrazia e alle sue regole che il problema va imputato. Un leader multiprocessato e multinquisito non è ordinaria amministrazione: è un’emergenza morale e politica, che si somma, tra l’altro, alla piaga incancrenita di un conflitto di interessi abnorme, che solo i disinformati e i faziosi sono riusciti, per quasi vent’anni, a mettere tra parentesi. A parte le sue petulanti pretoriane e il povero Alfano, gli unici che vanno in televisione a difenderlo, nessuna persona di buon senso può non vedere l’oggettiva catastrofe in atto: centrodestra al suo minimo storico dal 1945 a oggi, e con un leader che appare, più che impresentabile, inverosimile, totalmente screditato nel mondo, come sa bene ogni italiano che abbia mai messo il naso fuori dai confini. Possibile che, di fronte a un problema di rappresentanza così evidente, così irrisolto, così grave, nel centrodestra si continui ad accusare il mondo cattivo di persecuzione senza rendersi conto che si tratta di un caso classico di masochismo politico? Quanti Tafazzi ci sono, anche a destra? 

LA REPUBBLICA del 4 ottobre 2012 

POSTED ON August 6  - POSTED IN L'Amaca
Il pazzesco scandalo di Tributi Italia è forse il peggiore e il più indigesto, perché ci illumina sulla natura sociale – ben prima che politica – della corruzione italiana. Si tratta, secondo le accuse, di imprenditori privati (non di onorevoli, o consiglieri regionali, o membri a qualunque titolo della “casta”) che riescono a introdursi nel delicato rapporto tra Comuni e cittadini frodando (agli uni e agli altri) tributi per milioni di euro. Dentro lo scandalo c’è tutto: l’inefficienza di un’amministrazione pubblica costretta ad appaltare a veri e propri gabelloti (istituzione neo-medioevale) la riscossione delle tasse. La catastrofe ormai ventennale di privatizzazioni che, con il pretesto mendace di affidare al mercato una gestione virtuosa dei servizi, li regalano a potentati e lobbies di ogni risma, che in quasi totale assenza di controlli fanno i propri porci interessi in barba a quelli della collettività. L’intrinseco, peloso, funesto “comune sentire” tra cittadini ladri e politici ladri, gli uni mandanti degli altri e viceversa, è la sola vera questione morale. Ed è trasversale alla “casta” così come alla “società”. Contrapporle è un equivoco mortale: è dentro entrambe che gli onesti devono unirsi per fare la rivoluzione contro i ladri. 

LA REPUBBLICA del 7 dicembre 2012 

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Il coretto delle miss, ancora invaghite del loro vecchio impresario; il “boia chi molla” di qualche scudiero dismesso che sogna di essere richiamato alle armi; qualche applauso sul web, dove per la legge dei grandi numeri un “evviva! ” tocca anche all’ultimo dei mediocri; l’appoggio (per contratto) dell’unico giornale di destra che gli è rimasto ciecamente fedele per la sola, umiliante ragione che è suo. Per il resto, l’autocandidatura di Berlusconi, stridula e anacronistica, cade sul centrodestra italiano come un macigno. È la mano del morto che afferra i vivi, e a parte i prezzolati, gli incauti, i fanatici del personaggio, non c’è italiano di destra che non veda l’accanimento ottuso con il quale l’ex capo, ex fondatore, ex premier, ex tutto sta sfasciando la loro casa comune. A sinistra si dovrebbe gongolare, tanto evidente è il vantaggio che avrebbe Bersani se dovesse affrontare una mummia politica di tale fatta. Invece viene malinconia per l’immeritato, ultimo sbrego che questo pessimo leader, e pessimo italiano, ha voluto infliggere agli amici, agli avversari, a un paese intero e al suo già esile tentativo di meritarsi un futuro. 

LA REPUBBLICA del 3 gennaio 2013 

POSTED ON August 6  - POSTED IN L'Amaca
La quasi totale rimozione della questione sociale è stato il tratto politico più forte, e più sconvolgente, degli ultimi anni. Soprattutto in Italia, dove questa rimozione ha indossato la maschera tragicomica del berlusconismo, poveri o semipoveri che venerano il più ricco, come se le sue promesse bugiarde fossero l’oppio indispensabile per dimenticare per sempre di essere svantaggiati, subalterni, umiliati. Anche alla luce di questo lungo inganno, mi ha fortemente colpito l’articolo di Gad Lerner ( Repubblicadi ieri) sulla povertà, meglio sull’impoverimento che oramai lambisce anche le porte di chi ci è parente o amico. Sostenere – come fa Lerner – che il compito prioritario della politica è combattere la povertà non solo non è una banalità; è, nei fatti, una rarità (giornalistica così come politica). Ma nello sgretolarsi del welfare, nella contrazione paurosa del lavoro, quale altro obiettivo può essere più importante, e al tempo stesso più innovativo, dell’organizzazione di un argine sociale alla miseria e alla solitudine? “Una nuova società più conviviale nella quale ritrovare il modo di aiutarci”, scrive Lerner. Mi sembra, con buona approssimazione, l’eccellente sintesi del programma elettorale di qualunque sinistra. 

LA REPUBBLICA del 9 ottobre 2012 

POSTED ON August 6  - POSTED IN L'Amaca
Ogni volta che sento di giornalisti contigui ai servizi segreti capisco in quale area di privilegio – quella del freddurista/ fantasista – ho sempre potuto muovermi: neanche al più sgangherato degli spioni potrebbe venire in mente di contattare uno come me, che confonderebbe un dossier con il libretto di istruzioni della caldaia. Questo vuol dire che, per mia fortuna, conto pochissimo. Ciò detto, mi chiedo come facciano questi colleghi (parola malinconica in sé, tristissima se detta tra giornalisti) a reggere il peso del loro ruolo. Già questo mestiere è gravato da condizionamenti pesantissimi: il primo dei quali, indiscutibilmente, è la mediocrità personale di ciascuno di noi. Poi si è vincolati a un editore, e dunque soggetti a qualche ovvia limitazione, meno grave se si è scelto un editore in sintonia con le proprie idee, ma pur sempre in atto. Se poi all’editore “in chiaro” si aggiunge un editore occulto (servizi, logge, gruppi di potere), ecco che la vita del giornalista diventa un autentico inferno. Mi auguro che la cassa mutua dei giornalisti rimborsi le terapie psichiatriche per i colleghi finiti nel tunnel dei servizi. 
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