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LA REPUBBLICA del 16 aprile 2013 

POSTED ON August 6  - POSTED IN L'Amaca
Ma Stefano Rodotà, per esempio, è da considerarsi “un politico”, e dunque un contaminato, oppure no? Capita che una delle persone più rispettate e stimabili di questo Paese, per giunta dotato di alta cultura istituzionale, sia stato, tra le tante altre cose, quattro volte deputato, presidente di un partito (il Pds) e vicepresidente della Camera. La sua intera esistenza è fortemente innervata di passione politica e di attività politica. Ha riscosso, da politico, regolare stipendio. Viene da domandarsi, dunque, se il conclave delle Cinque Stelle (webbico, ma non molto più numeroso del conclave vero), valutando la candidatura del cittadino Rodotà, abbia considerato con sospetto il suo curriculum, oppure abbia dovuto ignorarlo pur di mantenere Rodotà nella rosa. Mi basterebbe che uno solo, dico uno solo dei militanti grillini rifletta (grazie a Rodotà o anche alla Bonino) su quanto sia assurdo considerare l’appartenenza ai partiti come una colpa o uno svantaggio. Ci sono emeriti mascalzoni e notevoli coglioni anche fuori dai partiti. Osteggiare o favorire una candidatura sulla base di un pregiudizio così ridicolo da assomigliare a una superstizione è una colpa che i cinquestellati si infliggono da sé soli. Non glielo ha ordinato il medico. 

LA REPUBBLICA del 22 marzo 2013 

POSTED ON August 6  - POSTED IN L'Amaca
Da un gruppo politico che fa le pulci all’universo mondo («è ora di resocontare anche le caramelle»), non ci si aspetterebbe l’ostinata contraffazione numerica che ancora ieri la capogruppo, signora Lombardi, ha ribadito dopo il colloquio al Quirinale: chiediamo l’incarico perché abbiamo avuto più voti degli altri. Con affabilità non formale, e pur sapendo che non è questo il punto determinante nell’attuale sconquasso politico, ripetiamo anche noi: Pd 8.932.523 voti, M5S 8.784.499 (alla Camera; al Senato il distacco è di quasi un milione e mezzo di voti in favore del Pd). Dati definitivi del Viminale, comprensivi del voto degli italiani all’estero. Davvero non si capisce per quale puerile impuntatura un movimento nato per rivoluzionare la politica e sbugiardare l’ipocrisia dei partiti sia così affezionato a un dato sbagliato. Ben altre sarebbero le ragioni per le quali Grillo può chiedere che l’incarico sia dato ai suoi: sono una novità politica dirompente, pur non essendo il loro simbolo il più votato. Dubitiamo, però, che questo rilievo (ormai reiterato su parecchi media e sul web) sia accolto dai portavoce delle Cinque Stelle: nello stato d’animo entusiasta tipico dei movimenti nascenti, la realtà è spesso di puro impiccio. 

LA REPUBBLICA del 24 febbraio 2013 

POSTED ON August 6  - POSTED IN L'Amaca
Amici mi telefonano in fibrillazione, altri angosciati, “se vince il Bugiardo io questa volta espatrio davvero”, “se vince il Matto va a catafascio il paese”, “se vince Bersani tanto poi non può governare”, “su due elettori uno è un imbecille certificato”, “la gente vota col portafogli o con la pancia, mai col cervello”, “la zia di mia moglie è una nazista”, e tutto il repertorio, ragionevole ma lugubre, sulla democrazia ammalata… Io invece, per motivi certamente irragionevoli, ma immutati nei decenni, vado a votare sempre di buon umore. Ho perso quasi tutte le elezioni dal 1974 a oggi, e dunque dovrei avere maturato, a proposito del voto, una radicata ostilità. Ma ci ricasco ogni volta, e ci ricasco volentieri, vado al seggio carico di rispetto e di fiducia, se incontro la zia nazista del mio amico la saluto e non mi sembra neanche così nazista, forse è il mio amico che è paranoico. Dove voto io sta nevicando forte, e la neve, a patto che uno non dia retta ai telegiornali che ne parlano come di una piaga biblica, mi mette di buon umore. Andrò a votare con il berretto di lana. Credo che abbia ragione quel mio amico: “Su due elettori, uno è un imbecille”, e quello imbecille sono io. 

LA REPUBBLICA  del 23 marzo 2013

POSTED ON August 6  - POSTED IN L'Amaca
Negli ambienti diplomatici circola un test, da sottoporre ai laureandi in politica internazionale e agli aspiranti ambasciatori come prova cruciale di ammissione. Il test è composto di una sola domanda: attraverso quali decisioni e quali atti ufficiali sarebbe possibile peggiorare le prestazioni del governo italiano nel caso dei due marò contesi con l´India? Queste le possibili risposte. A – Restituire uno solo dei marò tenendosi l´altro. B – Restituirli tutti e due, però muniti di turbante perché possano fingere di essere indiani e passare inosservati tra la folla. C – Pretendere che il tribunale indiano sia presieduto da un ammiraglio italiano in alta uniforme, accompagnato dalla Banda della Marina. D – Affidare la difesa dei due marò all´avvocato Taormina. E – Sostenere nel processo in India che le vittime non potevano essere pescatori indiani, perché gli indiani non sanno pescare. F – Pretendere dalle autorità indiane un congruo risarcimento per lo spreco di pallottole. G – Ricoverare i due marò al San Raffaele per accertamenti su un´eventuale uveite. H – Sostenere che la giurisdizione sull´Oceano Indiano è notoriamente di competenza della Pretura di Caserta. I – Invadere l´India. L – Indire una conferenza stampa e scoppiare in un pianto dirotto. 

LA REPUBBLICA del 8 gennaio 2013 

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Si può anche capire che monsieur Depardieu, preoccupato per l’assottigliarsi delle sue scorte pantagrueliche di formaggio, porchette e damigiane di vino, sia irritato con il fisco del suo Paese. Si può capire, anche, che madame Bardot, addolorata per la malattia che affligge due anziane elefantesse dello zoo di Lione, sia furente con il servizio veterinario nazionale che non provvede a ricoverare i pachidermi in una clinica per lungodegenti, magari cacciando un paio di magrebini (Bardot, sposata a un fervente lepenista, non li sopporta). Quello che si capisce meno è che le due popolari star abbiano scelto come patria adottiva la Russia di Putin, paese che nel campo dei diritti arranca, e dista dalla Francia un paio di secoli. Probabile che chez Putin il fisco sia meno penalizzante (non per caso le immense ricchezze di quel Paese sono in mano a pochi oligarchi, che lo hanno depredato). Incerto il trattamento mutualistico riservato agli elefanti. Certissimi, invece, la galera per le Pussy Riot, la persecuzione (fino all’assassinio) delle voci libere come la Politkovskaja, lo spregio “virile” per gli omosessuali, il nazionalismo isterico, il neointegralismo religioso “di Stato”. Il putinismo di Depardieu e Bardot è così ridicolo da rivaleggiare con quello, già leggendario, dell’amico Silvio. 

LA REPUBBLICA del 28 febbraio 2013 

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Vedremo (e sentiremo) cose che voi umani non avete mai visto e sentito. Decida ognuno se spaventarsi o gioire, la sola cosa certa è che le chiuse del tempo si sono spalancate di colpo, dopo molti anni di stagnazione. Quando Grillo candida al Quirinale Dario Fo che candida Carlo Petrini, chi storce il naso si domandi se lo storce perché ha a cuore le sorti della Repubblica o perché ha a cuore solo le proprie abitudini e le proprie categorie di giudizio. Spetta a tutti, di qui in poi, uno sforzo gigantesco per evitare le due evidenti maniere di diventare patetici. La prima è manifestare raccapriccio e sgomento per ognuna delle tante nuove cose con le quali ci toccherà fare i conti (e saranno anche conti con noi stessi). La seconda è manifestare entusiasmo a prescindere, come chi si accoda al nuovo solo per il terrore di sentirsi vecchio. Siamo in mezzo a un’onda di piena, nuotare o annegare è questione di sfumature. 

LA REPUBBLICA del 24 marzo 2013 

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Non so se sia una considerazione lieta o triste: ma bastano poche ore lontano dall’Italia e passa il magone. Forse è solo una fuga. Il sollievo di allontanarsi dal livore e dall’impotenza che paiono i due binari lungo i quali arranchiamo. Forse, invece, è un ritorno alla normalità: la normale urbanità, la normale educazione, la normale mancanza di aggressività che dovrebbe segnare il ritmo della società quando si è fuori dalle guerre o dalle oppressioni o dalla fame. Il paragone tra l’Italia e gli altri paesi europei (anche quelli più poveri del nostro, dove la gente è vestita peggio, le automobili più vecchie, i negozi più modesti) sta diventando impietoso. Parlo della vita quotidiana – il traffico, le cose da sbrigare, i rapporti formali con gli altri – quella che dà tono all’umore sociale quasi quanto lo stato dell’economia. Viene spontaneo, quando si è all’estero, pensare che l’Italia stia diventano un paese “cattivo”, dove il malanimo reciproco è fuori controllo, le ostilità sociali non più temperate dalla politica. Non era questo, un tempo, il nostro segno distintivo: il mito della dolce vita e del buon vivere ci rendevano “simpatici”, e invidiati malgrado la fama di pasticcioni e di furbi. Ora mi capita – ed è un rovesciamento imprevisto – di trovare molto più dolce la vita all’estero; e molto più simpatici gli sconosciuti passanti di città a un paio d’ore d’aereo da noi. 

LA REPUBBLICA del 9 gennaio 2013 

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L’indissolubile comparaggio tra Lega e Berlusconi deve avere radici ben solide se riesce a resistere ad ogni sussulto e ogni separazione. Queste radici sono riassumibili nel fastidio invincibile che una parte rilevante della piccola borghesia italiana ha per lo Stato, le tasse, le regole, la Costituzione, l’antifascismo, insomma per la Repubblica così come è nata, si è formata e bene o male ha percorso quasi settant’anni di vita nazionale, in evidente scollamento con una parte non piccola di italiani che non si sente repubblicana e in casi estremi (il secessionismo) neanche italiana. Il risultato elettorale dell’ennesimo remake forzaleghista (rubo la definizione a Gad Lerner) ci dirà a che punto è l’implacabile lotta di quel pezzo di Italia contro l’Italia. Dubito che le ruberie nelle istituzioni, la triste avidità del clan Bossi, le crapule di Arcore, tanto meno gli episodi di razzismo che (da anni) fioriscono in quel campo siano determinanti per quell’elettorato. Che non ha mai brillato per scrupolo etico. Determinante sarà la voglia di credere ancora che “Silvio” sia in grado di ribaltare il tavolo, come promette di fare, senza successo, ormai da anni. Poiché quel tavolo appare più solido, e Berlusconi più vecchio e debole, è molto probabile la sua definitiva sconfitta. 

LA REPUBBLICA del 2 marzo 2013 

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Si riparla, per il povero Berlusconi, di un’uscita di scena “da Caimano”, aizzando la folla dai gradini di uno dei tanti palazzi di Giustizia che è costretto a frequentare. C’è però una clamorosa novità che neanche Nanni Moretti e i suoi sceneggiatori potevano prevedere: che la drammatica scena possa svolgersi in secondo piano, e quasi in ombra, e boati e bagliori ci arrivino come un’eco lontana (lontana nello spazio e nel tempo). Lui non è più al centro della scena: abbiamo ben altro a cui pensare. E le sue sorti personali – alle quali parevano appese come un trascurabile accessorio anche le nostre — non sono più decisive, se non per lui. Perfino il colpo di maglio giudiziario che gli arriva non dalla “comunista” procura milanese, ma dalla imprevista Napoli, con la terribile accusa di avere comperato e corrotto un senatore, arriva attutito all’opinione pubblica. Come qualcosa che cade in un recipiente già troppo colmo. Come l’ennesima puntata di un serial che non è più di moda, e sta perdendo progressivamente, spettatore dopo spettatore, tutto il suo pubblico. 

LA REPUBBLICA del 10 gennaio 2013 

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Barbara Spinelli ( Repubblica di ieri) invita il Pd e Sel a spiegare meglio che cosa distingue la sinistra da Monti, in specie sul terreno della “difesa strenua della laicità e dei diritti”. È un ottimo suggerimento, anche perché la strada, su quel terreno, è così sgombra di traffico che è quasi impossibile non farsi notare. Delle due destre in campo (Berlusconi e Monti) la prima si è abbondantemente coperta di ridicolo abbinando scelte pubbliche filo-clericali a comportamenti privati da bordello, nel solco dell’ipocrisia familista italiana. Quanto alla seconda, quella di Monti, non vale nemmeno la pena scomodare l’influenza vaticana: al di fuori del furore economico, e della quasi maniacale devozione ai conti, non sembra esserci argomento in grado di ispirare il suo leader, men che meno questioni intricate e palpitanti come la laicità e i diritti. Levati i radicali, che almeno in questo campo hanno da sempre militato, la politica italiana è, quanto all’affermazione dei diritti civili (degli immigrati e dei loro figli nati qui, degli omosessuali, dei carcerati, insomma dei cittadini in quanto tali e non in quanto affiliati a una indimostrabile “normalità”), quasi un deserto. Piantarci in mezzo un albero, e annaffiarlo, non rischia di passare inosservato. Coraggio, dunque. 
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