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LA REPUBBLICA del 12 aprile 2011 

POSTED ON August 6  - POSTED IN L'Amaca
Il comizietto irato del premier all´uscita di Palazzo di Giustizia rimanda, con impressionante precisione, al finale del Caimano di Nanni Moretti. Non fosse per quei palloncini azzurri che dondolavano al sole, in un surreale anticipo di estate. Chi ha sbagliato? Moretti, che ha immaginato la scena in un notturno plumbeo, goyesco, o il Caimano, che l´ha poi realizzata in una luce smagliante, da dejeuner sur l´erbe? Diciamo che diventa decisivo lo sguardo dello spettatore. Per gli italiani angosciati e stremati dalle grida e dalle minacce di Berlusconi, appare nero qualunque esito. Per quegli altri italiani, che circondano festanti il loro Cristo da convention, anche il gesto più sovversivo, la frase più violenta appaiono un viatico di libertà e letizia, una Pasqua di resurrezione. E poiché sono stati proprio loro, fino adesso, a realizzare il copione, è ovvio che a vedere nero siamo solo noi, che dietro quei palloncini infantili scorgiamo i fantasmi dell´impunità, della rivolta anti-repubblicana e di un consenso sordo a ogni dubbio. Una spaccatura così drammatica non ha eguali se non nella guerra civile tra fascisti e antifascisti. Solo che le due Italie di oggi non sono due fazioni contrapposte, sono – peggio – due realtà inconciliabili. Una con i palloncini azzurri, l´altra che li vede neri come la pece. 

LA REPUBBLICA del 8 febbraio 2011 

POSTED ON August 6  - POSTED IN L'Amaca
"Moralismo straccione di una plebaglia assetata di sangue", che si è radunata "per espettorare l’odio che schiuma dai loro animi". È un sunto del commento che un deputato del Pdl, il signor Osvaldo Napoli, ha voluto dedicare alla manifestazione milanese di Libertà e Giustizia, con Saviano, Eco e Zagrebelsky a capo della "plebaglia assetata di sangue", composta in buona misura dalla borghesia democratica milanese, quella che una volta votava La Malfa e leggeva Montanelli sul Corriere, e oggi, benché laica, va in Sant’Ambrogio ad accendere un cero purché Berlusconi levi il disturbo. La prosa del signor Napoli fa ridere, così come fanno ridere, classicamente, la scompostezza e la perdita di senno (la crisi nevrastenica è un classico del teatro comico). Ma fa anche riflettere. Perché esprime (anzi espettora, come direbbe Napoli) una totale, inattaccabile ignoranza delle cose, delle persone, della situazione del Paese, insomma di tutto ciò che Napoli, in quanto deputato, avrebbe necessità di conoscere. Non di condividere, naturalmente. Ma almeno di conoscere, sì. Si osserva spesso, e non è sbagliato, che la sinistra non ha più il polso del Paese. Per rintracciarlo, l’importante è che non lo chieda a Napoli. 

LA REPUBBLICA del 9 febbraio 2011 

POSTED ON August 6  - POSTED IN L'Amaca
Ben più delle bottiglie vuote lanciate contro la polizia "per difendersi dalle cariche", pesa sugli incidenti di Arcore la bottiglia (piena di spumante) inalberata in segno di giubilo da un ragazzo dopo la scarcerazione dei suoi due compagni (la foto è apparsa su quasi tutti i quotidiani italiani). Un festeggiamento privato, stentoreo e fuori luogo, che cozza contro la pubblica malinconia per una manifestazione, l’ ennesima, salita alla ribalta non per le sue intenzioni, ma per il suo esito brutale, con pochi che si menano, molti che assistono e maledicono, espropriati delle loro ragioni da piccoli manipoli bellicosi. (L’ estremismo è prima di tutto una forma di privatizzazione della politica). Bene che i due ragazzi siano fuori, le galere sono già sovraffollate. Male la gongolante sottolineatura di un incidente civile (tale è sempre un processo per "violenza e resistenza a un pubblico ufficiale") che non costituisce titolo di merito per alcuno, né per i manifestanti né per i poliziotti. Anche nel cosiddetto "antagonismo" (molto spesso uno status del tutto auto-proclamato) dovrebbe esserci uno stile. Per le sbracature, gli sbocchi d’ ira e di autocommiserazione e di autocompiacimento, ci sono già le curve degli stadi. Niente brindisi, per cortesia, quando si parla di botte in testae pugni in faccia, non importa se inferti o subiti.

LA REPUBBLICA del 5 aprile 2011 

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Dice il luogo comune che solo nei momenti di crisi gli italiani sanno dare il meglio. Se ne deduce che no, non siamo in crisi, visto che è il peggio quello che ciascuno continua a esibire. Berlusconi, da quando è sotto processo per storie di prostituzione, sciorina compulsivamente una serie di barzellette sconce, retrocedendo dal suo trend abituale (l´avanspettacolo) a un gradino sotto (coscritti in visita di leva). La Lega, alla quale il 17 marzo non ha insegnato nulla, presenta un progetto di legge sugli "eserciti regionali" che è la malacopia arrogante di precedenti sortite su ronde, "battaglioni padani" e affini. E un suo senatore, tale Stiffoni, recita a Radio 24 un rosario di banalità razziste che sta facendo il giro del web. L´opposizione, dalla quale si attende disperatamente un segno solenne e innovativo di unità, è una galassia destrutturata di alleanze impossibili e di progettini fantasiosi, con quattro "nuovi centri" (Fini, Rutelli, Casini, forse Montezemolo e avanti il prossimo) e una sinistra spaccata al suo interno come e più di prima, con leader nuovi e vecchi che antepongono la disistima reciproca e la lotta intestina a qualunque possibile bene comune. E dunque, non c´è niente da preoccuparsi. Fossimo davvero in crisi, l´ignobile e il rissoso muterebbero in nobile e pensoso. Quando il premier riuscirà a partecipare a una riunione senza sghignazzare su culi e tette, vorrà dire che siamo entrati ufficialmente in crisi. 

LA REPUBBLICA del 10 febbraio 2011 

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Mi chiedo se esiste un pezzettino di Italia indisponibile a darla vinta ai puritani del Palasharp". Questa frase di Giuliano Ferrara contiene un errore. È interessante rilevarlo non per il piacere (indubbio) di dare torto a Ferrara. Ma perché questo errore è paradigmatico dello spirito profondo della destra di questo paese. L’ erroreè questo: i "puritani del Palasharp" rappresentano- culturalmente e ancora di più politicamente – un’ Italia minoritaria e sconfitta. Quella della borghesia repubblicana, dell’ odiatissimo "azionismo torinese", delle assortite e impotenti consorterie intellettuali che inutilmente, da vent’ anni, si oppongono a Berlusconi. Perché mai, dunque, Ferrara non vuole "darla vinta" a chi ha perduto? Perché, pur essendo da anni parte influente del pezzettone vincente del Paese (da Craxi a Berlusconi), si accanisce contro il pezzettino nemico, e con il nemico a pezzettini? Risposta: perché a vellicare il suo amor proprio è immaginarsi "frondista" e "provocatore", così come – parecchi gradini più in basso nella scala gerarchica della destra scrivente – i Belpietro e i Feltri amano definirsi "fuori dal coro". Si rassegni Ferrara. L’ uomo che sussurrava ai premier, meritatamente ascoltatissimo a Palazzo, non può essere frondista neppure in sogno. E’ uno che vince le elezioni e ha vinto perfino un Conclave. Se vincere lo annoia, non è mica colpa nostra. 

LA REPUBBLICA del 6 aprile 2011 

POSTED ON August 6  - POSTED IN L'Amaca
Il dibattito giornalistico di questi ultimi giorni registra parole giudiziose contro l´animosità piazzaiola e i suoi eccessi retorici. Però bisognerebbe che queste premure arrivassero alle orecchie di una maggioranza parlamentare (non di piazza, dunque: di poltrona e di potere) che per la seconda volta vota in favore di una "verità" sconciamente falsa, controfirmando l´ipotesi che fossero davvero urgenze istituzionali quelle che hanno spinto il premier a telefonare a una Questura per tutelare "la nipote di Mubarak". È una posizione, questa, al tempo stesso tartufa ed estremista, ipocrita e violenta, che non tiene in alcun conto la tutela della verità, la dignità del Parlamento, il rispetto per gli elettori. C´è, evidentemente, un estremismo del potere che non contempla requie e ha, all´interno della maggioranza, nessun censore e zero calmieri. A tutti fa paura una piazza infurentita, e la radicalizzazione dello scontro tra italiani non sembra in grado di migliorare parole e pensieri dell´una come dell´altra parte. Ma, insomma: un voto come quello di ieri (non il primo) pesa o non pesa, nel computo delle parole e degli atti fuori posto, molte tonnellate più del più becero dei cortei? E se "indignazione" è una parola logora, e abusata, c´è qualcuno in grado di suggerirci, in presenza di porcherie come questa, un sinonimo meno retorico, e una postura più moderata? 

LA REPUBBLICA del 11 febbraio 2011 

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La confusione è tale che forse vale la pena ripassare i fondamentali. Chi accusa "i moralisti" di "prendersela con le mignotte" non ha capito, evidentemente, di cosa si sta parlando. Non si sta maledicendo il libertinaggio, non i costumi privati, non l’eros nelle sue varie mutazioni, non la prostituzione, men che meno le prostitute. Si sta maledicendo un potere che nomina le sue favorite nel Palazzo, usando le cariche pubbliche come moneta per ripagare prestazioni private. Non si sta biasimando la confusione tra i vizi privati e le pubbliche virtù (che pure qualche domanda dovrebbe sollevare, nel paese del "Family Day") ; si sta biasimando la totale, definitiva confusione tra le pulsioni private e le funzioni pubbliche, la giustapposizione tra stanze del piacere e stanze del potere. Perché se è vero che anche una prostituta può e deve poter diventare ministro, così come un avvocato o un operaio, è anche vero che né una prostituta, né un avvocato, né un operaio deve diventare ministro o deputato o consigliere regionale per concessione privata, come nei regimi. La nostra è una democrazia elettiva (nonostante la turpe legge elettorale in vigore), e come fa a riempirsi la bocca di "volontà popolare" chi sistema pupille e pupilli su poltrone delle quali solo il popolo, con il voto, dovrebbe essere padrone? Quella del "moralismo" è una fragile bugia per non parlare di politica e per non parlare di democrazia.

 Michele Serra da La Repubblica del 7 marzo  2010

POSTED ON August 6  - POSTED IN L'Amaca
 Avrei bisogno anche io di un «decreto interpretativo» che mi chiarisse, finalmente, perché ho sempre pagato le tasse. Perché passo con il verde e mi fermo con il rosso. Perché pago di tasca mia viaggi, case, automobili, alberghi. Perché non ho un corista vaticano di fiducia che mi fornisca il listino aggiornato delle mignotte o dei mignotti. Perché se un tribunale mi convoca (ai giornalisti capita) non ho legittimi impedimenti da opporre. Perché pago un garage per metterci la macchina invece di lasciarla sul marciapiede in divieto di sosta come la metà dei miei vicini di casa. Perché considero ovvio rilasciare fattura se nei negozi devo insistere per avere la ricevuta fiscale. Perché devo spiegare a chi mi chiede sbalordito «ma le serve la ricevuta?» che non è che serva a me, serve alla legge. Perché non ho mai dovuto condonare un fico secco. Perché non ho mai avuto capitali all’ estero. Perché non ho un sottobanco, non ho sottofondi, non ho sottintesi, e se mi intercettano il peggio che possono dire è che sparo cazzate al telefono. Io – insieme a qualche altro milione di italiani – sono l’ incarnazione di un’ anomalia. Rappresento l’ inspiegabile. Dunque avrei bisogno di un decreto interpretativo ad personam che chiarisse perché sono così imbecille da credere ancora nelle leggi e nello Stato.

LA REPUBBLICA del 14 aprile 2011 

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Di fronte agli immigrati, avanguardia di un futuro sconosciuto e difficile, i leghisti danno in smanie, evocano le Brigate Rosse, alzano il tono già molto teso, sputano sull´Europa, invocano le armi. Su quella paura hanno campato, è stato il provvido concime del loro raccolto elettorale, del potere, del sottogoverno, degli stipendi pubblici (tanti) scuciti alla pur detestata Repubblica italiana. Ma di quella paura ora sembrano le prime vittime, come l´apprendista stregone che non sa governare ciò che ha evocato. Li fa straparlare, li rende poco lucidi, li espone allo spietato accostamento tra la potenza biblica di quelle immagini di mare, di morte, di destino, e la loro miseria verbale, così facile da rivendicare come un merito quando si tratta di "parlare come il popolo", così pesante da gestire quando sono la Politica e la Storia a chiedere campo, a pretendere grandezza, o comunque decenza, anche da quei piccoli uomini che siamo. Di fronte alla Storia siamo tutti goffi e impotenti, solo che lo sappiamo: a questo serve la cultura, a misurare la propria ignoranza. Della Storia abbiamo tutti paura, dell´immigrazione senza freni anche. Ma sbraitare sulla battigia è la sola cosa che non ci verrebbe mai in mente di fare, ad impedircelo è quel poco di vergogna che ci rimane, e il fiato è meglio tenerlo in serbo per raccogliere i cadaveri degli annegati. Specie se, come i leghisti, si è bravi cristiani. 

LA REPUBBLICA del 15 aprile 2011 

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"Le Brigate Rosse usavano il mitra, i magistrati il potere giudiziario". Così disse il premier ai giornalisti stranieri, e perfino nel frastuono forsennato delle sue parole, e delle urla pro e contro che gli fanno cerchio, l´orribile paragone riesce a fare spicco per la sua sconcia stupidità. Uno sputo in faccia per chi in quegli anni vide magistrati cadere sotto il piombo brigatista (i giudici Galli e Alessandrini, il vicepresidente del Csm Bachelet), per i loro familiari, per gli italiani che di quel martirio hanno forte memoria. "La magistratura è un´associazione con finalità eversive", dice ancora: e di mestiere farebbe l´uomo di Stato, pensate un pò. Per quanto seduto sulla sua montagna di miliardi la sua voce ci arriva sempre dal basso. Non gli abbiamo mai sentito dire, in vent´anni, qualcosa di nobile o di esemplare. Solo la vanteria compulsiva del più bravo che sollecita l´applauso, o il ringhio pazzoide di chi va in tilt quando chiunque osi contraddirlo, non amarlo, non appartenergli. Un po´ per stanchezza, un po´ per noia, abbiamo imparato a simulare, in questi anni, indifferenza o silenzioso spregio di fronte all´offesa permanente che questo signore rappresenta non per la democrazia, che è troppa cosa da scomodare, ma per la decenza. Questa è una di quelle volte che l´aplomb va messo da parte: quella frase su brigatisti e magistrati fa schifo, e basta. 
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