LA REPUBBLICA del 5 novembre 2011
«Dicono tutti che c´è la crisi ma i ristoranti sono pieni» è un classico dell´uomo della strada. Lo dice il tassista, lo dice l´avventore del bar, probabile che lo abbia detto ciascuno di noi in uno di quei momenti di spensierata dabbenaggine che costellano la vita di ogni persona qualunque. Sentire per la prima volta pronunciare quella frase al G20, da un capo di governo, è una svolta storica: vuol dire che l´uomo della strada, con tutta la sua spensierata dabbenaggine, è arrivato al vertice. Ci ritroviamo dunque a essere governati da uno qualunque, che quando pensa una fesseria qualunque la dice a tutti. Probabile che alcuni italiani ne siano soddisfatti: "che bello, finalmente un pirla come me è al potere, questa sì che è democrazia". Ma è probabile, anche, che altri italiani, tra i quali mi annovero, ne siano invece desolati. Forse suggestionati da vecchie letture scolastiche (Pericle, per esempio) pensavano che la democrazia fosse una selezione dei migliori. Aperta a tutti, ma destinata a individuare i migliori. Il vecchio concetto di classe dirigente, insomma. Ritrovarsi rappresentati nel mondo da uno che pensa e parla come l´ultimo di noi è un bruciante fallimento. Votare per uno "come noi" significa sprecare il voto e sprecare la democrazia. Vogliamo votare per uno che sia migliore di noi. Per questo – soprattutto – non abbiamo mai votato Berlusconi.
LA REPUBBLICA del 11 dicembre 2011
La notizia della probabile sostituzione di Augusto Minzolini alla direzione del Tg1 è accompagnata da decine, centinaia, migliaia, forse milioni di dichiarazioni di esponenti politici. In questa grandinata di parole, vi sfido a trovarne una, dico una, che si astenga dal giudizio e attribuisca alla Rai, e solo alla Rai, la facoltà di decidere che cosa fare del suo telegiornale più importante. Di viale Mazzini i politici parlano stabilmente come di una loro succursale, quasi un terzo ramo del Parlamento. Lo fanno con naturalezza assoluta, come se neanche li sfiorasse il sospetto che la Rai, pure se gravata di una speciale responsabilità pubblica, è un´azienda editoriale, e da molti anni, nelle sue persone migliori, chiede disperatamente ai partiti di fare il famoso passo indietro, mollare la morsa metà clientelare metà censoria che ammorba quelle stanze e rende faticoso ogni passo, ogni gesto di chi là dentro lavora, o almeno prova a farlo. Nella rimozione di un direttore di telegiornale non c´è niente di rivoluzionario: è facoltà di ogni azienda rimuovere i dirigenti incapaci. Rivoluzionario sarebbe che i politici che bivaccano dentro e attorno alla Rai non avessero niente da dichiarare, perché non è affar loro.
LA REPUBBLICA del 1° dicembre 2011
Le polemiche sui "tempi lenti" del governo Monti fanno abbastanza ridere se rapportate alla sensazione di consolidata immobilità che, per anni, lo ha preceduto. Non è che veniamo da un fox trot. Veniamo da un fermo immagine durato quasi vent´anni, quello che va dal Berlusconi del ´94 che scende in campo contro i comunisti al Berlusconi di tre giorni fa che scende in campo contro i comunisti. Veniamo da una palude fatta di irresolutezza, molte decisioni evitate, pochissime decisioni prese ma clamorosamente sbagliate (l´abolizione dell´Ici), e una nebbia luminescente che avvolgeva tutto e tutti e occultava la realtà della vita, del lavoro, del concreto farsi e disfarsi della nostra società. A pensarci meglio, le critiche sulla lentezza del nuovo governo, a dispetto delle intenzioni di chi le muove, sono la prova provata che abbiamo davvero e finalmente voltato pagina. Si è rimesso in moto l´orologio della realtà, e nella realtà una settimana è lunga, un mese è lunghissimo, un anno è l´eternità. Chiedere a Monti di fare in fretta equivale a dire che ci siamo svegliati da un lungo coma, e il tempo vale, il tempo pesa, il tempo è di nuovo il nostro.
LA REPUBBLICA del 9 novembre 2011
Nelle lunghe dirette televisive di ieri, impressionava lo scarto pauroso tra le brevi e secche voci d´allarme che arrivavano dall´Europa a proposito del nostro debito pubblico, e l´andazzo tutto sommato attendista e prudente della politica romana. Buttiglione che spiegava le "larghe convergenze", Lupi che abbozzava un percorso politico così fumoso e incomprensibile che il microfono pareva ossidarsi, il via vai di telecamere, giornalisti, politici che sembrava formare nelle vie attorno ai Palazzi delle istituzioni, complice la pioggia, un lento gorgo limaccioso. L´ansia del telespettatore, vedendo scorrere sul video i sottotitoli con le gravi considerazioni dei cugini europei, faceva a pugni con la flemma della grande maggioranza degli onorevoli intervistati. Sapendo che oggi arrivano nella capitale i commissari europei, c´è da chiedersi se riusciranno a mettere in circolo un po´ di adrenalina, aiutando ad abbreviare i tempi mostruosamente lunghi di questa agonia politica (solo l´agonia di Hiro Hito fu più lunga di quella di Berlusconi) ; oppure se anche loro, come i cardinali di Nanni Moretti, dopo una mezza giornata a Roma avranno per unico scopo, specie se spunta il sole, di andare a bere il cappuccino a Borgo Pio.
LA REPUBBLICA del 2 dicembre 2011
La Lega che pretende lo scontrino fiscale è un clamoroso inedito, come se Le Pen lodasse l´immigrazione e il vampiro invocasse l´aglio. È successo così: che Mario Monti è andato dal barbiere di domenica, e un manipolo di parlamentari del Carroccio ha chiesto di verificare se sia stato emesso regolare scontrino. Alla parola "scontrino" ci sono vaste zone del Nord che ammutoliscono, proprio come nella Calabria di Cetto Laqualunque: e sono zone nelle quale gli elettori leghisti, in odio allo Stato sanguisuga e a Roma ladrona, abbondano. Ma si sa com´è la politica: oggi il Carroccio è all´opposizione, per giunta dopo anni di poltrone romane e dunque con l´affannoso bisogno di riconquistare gli elettori delusi. Lo scontrino fiscale non fa parte del suo armamentario né della sua cultura politica, non è la doppietta padana già evocata da Bossi, non la quota-latte da ricacciare in gola alla porca Europa, non il dito medio da mulinare davanti alle telecamere: è un minimo, indispensabile cartiglio di Stato che funge da biglietto d´ingresso nel consesso degli italiani onesti. Forse i leghisti non se ne rendono conto, ma quando sventolano lo scontrino è come se sventolassero un mini-tricolore. Rischiano di ustionarsi i polpastrelli.
LA REPUBBLICA del 10 novembre 2011
È veramente fenomenale la faccia tosta con quale i protagonisti indiscussi dello sfascio ora vogliono chiudere la legislatura come niente fosse (cioè come se lo Stato non fosse in bancarotta) e rinverginarsi con una bella campagna elettorale. Nella quale, magari, giocarsela da vocianti innovatori dopo essere stati, per lunghi anni, l´alfa e l´omega di un potere politico tanto tracotante quanto inetto. Così è il populismo (del quale Berlusconi e Bossi sono il Gatto e la Volpe): un giorno a Palazzo, il giorno dopo a fare casino per le strade, un giorno reazionario e il giorno dopo rivoluzionario, basta non dover rendere conto ad altri che a se stessi e alla propria claque vociante, che fino a un minuto prima strillava sui suoi giornali "giù le mani dalla legislatura" e un minuto dopo strilla "evviva, tutti alle urne!". Il gioco è talmente scoperto da suscitare, per istinto più che per calcolo, una improvvisa simpatia per qualunque soluzione che il Capo dello Stato riesca a trovare, raccogliendo i cocci che il governo in fuga lascia sul pavimento. Va bene tutto, compresa una maggioranza-pateracchio che vada da Fini a Bersani a Pisanu, con dentro anche il Papa e le guardie svizzere: dopo quello che abbiamo trangugiato per vent´anni, qualche mese di quarantena non farebbe una gran differenza.
LA REPUBBLICA del 3 dicembre 2011
Nella gravità del momento, siamo debitori alla Lega del dettaglio esilarante, quello che scioglie la tensione in una risata tra amici. Il Carroccio accusa il governo Monti di "sgarbo istituzionale" per avere indetto una importante riunione a Roma in concomitanza con la festosa riapertura del Parlamento Padano. Ora, detto che se il Parlamento Padano fosse una cosa seria sarebbe già stato sgomberato dai bersaglieri e sigillato dalla magistratura, ci si domanda come può mai venire in mente che il calendario di questa bizzarra kermesse possa in alcun modo interferire con il governo del Paese (lo stesso Paese che, tra l´altro, paga lo stipendio agli eletti leghisti, anche quando invece di lavorare giocano agli omini verdi). Il solo riferimento storico che mi viene da fare è a una mia vecchia prozia, da tempo defunta: sosteneva che la Seconda guerra mondiale non avrebbe mai dovuto essere dichiarata perché l´aveva costretta a rimandare le nozze. Per non essere troppo severo, aggiungo che il Parlamento Padano (nei fatti, la riunione neanche plenaria di un partito di proporzioni medio-piccole) ha un rilievo leggermente maggiore rispetto alle nozze di mia prozia. Ma non tanto maggiore.
LA REPUBBLICA del 11 novembre 2011
I cosiddetti "poteri forti" sono, per la destra populista, una vera ossessione, e quasi una superstizione: come l´aglio per le streghe. La Lega, i pretoriani di "Silvio" e Tonino Di Pietro (che incarna ottimamente la porzione di populismo in quota alla sinistra) ne parlano come nei licei si parlava della Cia negli anni Settanta: una presenza malefica e capillare in grado di avvelenare anche i cappuccini nel bar dove ci si riuniva per scrivere i volantini. Nella realtà di davvero forte, in Italia, non c´è niente se non lo spirito di adattamento. L´influenza e il ruolo dei "poteri forti" sono ingigantiti a dismisura, a destra, dalla poca dimestichezza che i nuovi quadri dirigenti del leghismo e del berlusconismo hanno con le istituzioni, da un lato, con la borghesia dall´altro. Si teme soprattutto ciò che non si conosce. Se i poteri forti fossero davvero forti, dovrebbero dunque invitare qualche volta a cena anche Calderoli o la Michela Brambilla o Di Pietro, chiudendo un occhio sugli accostamenti di colore e cercando di piazzarli vicino a commensali disposti a sacrificarsi per la causa. Parlandosi, e sopportando vicendevolmente l´aplomb molto difforme, i nuovi capipopolo e i vecchi notabili capirebbero di avere non poco in comune: per esempio, non sapere che pesci pigliare.
LA REPUBBLICA del 4 dicemre 2011
Pare che la circolare anti-profilattico diffusa alla Rai sia nata dall´iniziativa autonoma di una funzionaria, e dunque non sia imputabile al ministero della Sanità. Sospiro di sollievo. Ma l´episodio, benché circoscritto, è il sintomo (ennesimo) non solo di una invincibile ostilità confessionale ai rapporti sessuali protetti; ma anche della pretesa di imporre A TUTTI (maiuscolo e sottolineato) le convinzioni e gli stili di vita che sono solo di alcuni. Di questa pretesa, che è strutturalmente violenta anche quando assume forme suadenti e paternalistiche, non si discuterà mai abbastanza: perché è il punto attorno al quale ruota, in Italia assai più che altrove, l´intera questione etica. In parole semplicissime: chi usa il preservativo non impone di usarlo a chi non vuole; perché, dunque, chi non lo usa cerca di impedirne l´uso a chi vuole? Vietare o anche solo sconsigliare l´uso della parola "profilattico" nella giornata mondiale della lotta all´Aids significa voler espropriare alla comunità nazionale un pezzo rilevante del discorso, se non il discorso stesso. Ovviamente l´idea è stata all´istante denunciata e ridicolizzata da chi avrebbe dovuto subirla. Ma che quell´idea ancora alligni, è per metà incredibile, per l´altra metà insopportabile.
LA REPUBBLICA del 16 novembre 2011
Vuoi mettere il Parlamento Padano? Che è finto come una quinta di cartapesta, ma ti fa provare l´ebbrezza ininterrotta del cento per cento dei voti, perché non c´è opposizione e non c´è politica, c´è solo la parata celebrativa dei capi e dei sottocapi dell´unico partito rappresentato. Le legnate prese a Roma, nel campionato vero, nel Parlamento vero, si dimenticano in fretta nel rassicurante calduccio di una Heimat inventata, circondata dall´indifferenza e dall´ostilità di un territorio che in larghissima maggioranza si sente italiano, e ha già ampiamente dimostrato, nell´anno del centocinquantenario, di averne le tasche piene dell´arrogante pretesa del Carroccio di parlare a nome di un Nord che già cinquanta metri fuori da quel "Parlamento" non lo vota e non lo stima. Per colmo della misura, il frettoloso ricovero dei resti della "Lega di governo" nella sua vecchia tana posticcia ha il sapore, davvero molto sgradevole, di una doppiezza furbastra, che fino a un minuto prima consentiva di parlare a nome di uno Stato di cui si è ministri, e un minuto dopo di colpirlo alle spalle invocando la secessione. In un Paese che dovesse recuperare la propria dignità, una così esplicita e ripetuta fellonia non passerebbe impunita.
