LA REPUBBLICA del 19 febbraio 2011
Ieri le telefonate a Radio Padania schiumavano rabbia e indignazione per lo show tricolore di Benigni a Sanremo. Era prevedibile, ed è comprensibile. In vent’ anni di irresistibile ascesa, la Lega non ha incontrato sul suo cammino anti-nazionale che sparute, timide resistenze. I suoi capi e i suoi militanti si erano trovati nella fortunata (ma ingannevole) condizione di chi guida contromano senza incontrare nessuno nella corsia opposta, fino a convincersi che non esista flusso contrario. Grazie alla quasi fortuita circostanza del centocinquantenario (anche il Caso è motore della Storia), la Lega si trova di fronte, senza aspettarselo, un muro. E per giunta un muro di popolo (65 per cento l’ audience di Benigni!) che non è liquidabile con il tradizionale spregio per i «salotti», i «comunisti», gli intellettuali. Esiste l’ Italia e soprattutto esistono gli italiani, questo il sorprendente contrattempo che, a caldo, fa imbufalire la gente del Carroccio. A freddo, se è vero come dicono che Bossi è un capo saggio e navigato, sarà interessante capire se e quanto la Lega sarà capace di prendere atto di una realtà nuova, che la ricolloca (anche al Nord) nel suo naturale e legittimo ruolo di minoranza politica e soprattutto di minoranza identitaria: la stragrande maggioranza degli italiani si sente italiana. Prima ne prenderanno atto, meglio sarà per tutti.
LA REPUBBLICA del 9 marzo 2011
Pare che non poche delle Papi-girls, spalleggiate da quegli implacabili press-agent che sono le madri e i padri, considerino basso il salario e miseri i regali, e nelle loro ciance telefoniche lamentino la "tirchieria" del principale. Se avessero il tempo, nei pochi momenti di relax, di leggersi qualche bigino di storiae di economia, capirebbero che l’ andamento di tutti i mercati – compreso quello della Jolanda, come direbbe la Littizzetto – risente dei tempi e delle condizioni date. Nell’ ancién regime il monarca, essendo lui stesso lo Stato, disponeva di forzieri inesauribili, e poteva concedersi tante manutengole quante ne voleva. Almeno fino a che qualcuno, anche per ripianare il deficit, lo decapitava (altre epoche, altri tagli). Oggi quei tempi dorati sono irripetibili, e un povero premier, per quanto dal portafogli smisurato, non è in grado di emulare quei fasti. E deve farei conti, poi, con la canea abbaiante dei moralisti (tra i quali mi schiero, arf arf) che fanno le pulci perfino al modico conto lasciato al Cipriani di Venezia dalla grande attrice bulgara Bonev (l’ amica Bonev), 97mila miserabili euri, cifretta equivalente allo stipendio (lordo) di quattro anni di un operaio. Non disponendo, il Re Papi, delle riserve auree di Bankitalia, gli tocca tribolare perfino per quel saldo veneziano: e non ha ancora ricevuto il conto della gondola… Non c’ è trippa per le gatte: non per tutte, almeno. Facciano una cassa comune di solidarietà in vista dei periodi grami. È un mestiere, quello, che dura pochi anni.
LA REPUBBLICA del 13 febbraio 2011
La notizia, messa in circolo da alcuni blog, secondo la quale tra i pochi manifestanti del Pdl davanti a Palazzo di Giustizia ci fossero anche parecchi figuranti dei programmi Mediaset, è così verosimile che potrebbe addirittura essere vera. La sostituzione della realtà con il suo surrogato mediatico, roseo e sognante, è il vero capolavoro di Berlusconi, nonché l’essenza del suo progetto politico. E poiché un ritorno in auge della realtà (prima o poi può accadere, prima o poi accadrà) leverebbe visibilità e potere all’esercito di comparse che partecipano al kolossal "Silvio", è non solo logico, ma addirittura lecito che quell’esercito si organizzi per resistere. Non solo veline e soubrette hanno molto da perdere. Non solo la schiera di avvocati tradotti in Parlamento. Anche l’umilee vigorosa massaia che nei programmi del pomeriggio è diventata opinionista, anche le festanti tricoteuses che eleggono tronisti e se vogliono li detronizzano (ah, il potere!), e un sacco di brava gente che, grazie alla tivù commerciale e dunque grazie a Silvio, è riuscita a trasformare il classico "quarto d’ora di celebrità" di una volta in un ventennio di celebrità: perché mai dovrebbe cedere all’odioso arbitrio della realtà, e di giudici che neanche hanno partecipato a "Forum"?
LA REPUBBLICA del 17 febbraio 2011
La (tostissima) avvocatessa della signorina Minetti, l’ altra sera da Lerner, ha suggerito al premier di accettare il processo e sottoporsi al giudizio. Ma è come chiedere a Berlusconi di non essere Berlusconi. Lui il giudizio, prima ancora di non sopportarlo, non lo concepisce. Il suo segreto e la sua forza, nonché ciò che lo rende insopportabile a noi e nocivo alla serenità nazionale, sta proprio in questa incapacità congenita di misurarsi con il giudizio degli altri. Che questo riveli una patologica insicurezza di fondo, è argomento che lasciamo agli psicologi. A loro le cause, a noi l’ onere di sopportarne (da vent’ anni) i sintomi: rifiuto di ogni confronto televisivo, fastidio per ogni domanda diretta, lodi sperticate a se stesso ("sono il più grande presidente del Consiglio degli ultimi 150 anni": non basterebbe questa frase per capire che non sta bene?), reazioni scomposte alle critiche e soprattutto attribuzione di ogni critica all’ "invidia", di ogni inciampo a "congiure", di ogni errore agli errori altrui. Essendo il processo un contraddittorio per eccellenza, come volete che possa affrontarlo? Gli parrà persecuzione ciò che è accertamento, odio ciò che è prassi di legge, arbitrio ogni accusa. Lo vedo piuttosto in fuga ad Antigua, dove rimuginare su quanto è bravo lui, e quanto cattivi gli altri.
LA REPUBBLICA del 19 aprile 2011
Se fossi stato a San Vittore 42 giorni per poi essere riconosciuto innocente, avrei anche io le mie ragioni di rancore nei confronti della magistratura, come questo signor Lassini che ha tappezzato Milano con quegli osceni manifesti che apparentano giudici e brigatisti. La vera sfortuna di Lassini è non avere trovato sulla sua strada una comunità politica che lo aiuti a tenere a freno i suoi impulsi. Al contrario, nel Pdl (e nelle parole del suo leader) ha trovato terreno fertile per la sua deriva. I partiti di massa, una volta, servivano a stemperare e governare le pulsioni di pancia, a moderare i termini, a suggerire (e a volte costringere) di anteporre l´interesse collettivo al proprio ombelico. Una delle più incresciose e gravi circostanze che ci fanno vivere (tutti) così male è che il partito di maggioranza relativa, che sulla carta rappresenta i moderati di centrodestra, è un partito estremista, vociante, radicalmente conflittuale, specchio del suo leader che incarna ogni lacerazione ideologica, ogni conflitto istituzionale. Gli appelli alla temperanza, all´abbandono dello spirito di fazione, suonano del tutto irrealistici in un Paese dove l´intemperanza e la faziosità sono, purtroppo, al governo. E dove il sindaco di Milano, a quanto pare, non è in grado di ricondurre alla ragione un suo candidato fuori di testa. L´estremismo, qui e ora, non è più un problema periferico. È una malattia che riguarda il centro della politica, e il cuore del potere.
LA REPUBBLICA del 3 febbraio 2011
A Casoria (Italia) c’ è un piccolo museo di arte contemporanea. Il suo direttore, Antonio Manfredi, esasperato dalle intimidazioni di camorra e dai continui vandalismi, ha chiesto per iscritto "asilo politico-culturale" alla Germania, nella persona del cancelliere Merkel, specificando che il "gesto estremo, che può sembrare provocatorio, è per noi l’ ultima possibilità". A parte l’ ovvia ma fraterna solidarietà a Manfredi e al museo assediato dall’ ignoranzae dalla violenza, c’ è da chiedersi se una così inaudita notizia (un museo italiano che chiede asilo e salvezza all’ estero) avrà adeguato riscontro politico. E cioè se il ministro della Cultura Bondi e il presidente del Consiglio Berlusconi vorranno – anche per formale cortesia – dire qualcosa o addirittura fare qualcosa. Non bastasse la nuova emigrazione qualificata, diplomati, laureati e ricercatori che cercano di organizzare la fuga, sono i quadri di un museo a temere che nella cintura napoletana, per loro, non ci sia futuro. Sempre che non vogliano, quei quadrie quel museo, chiedere la benevola protezione di una delle simpatiche "famiglie" locali, magari in cambio di un paio di tele da appendere sopra la Jacuzzi. E sempre che un direttore così irriducibile non venga insignito anche lui, come Saviano, del titolo di rompicoglioni, o di "professionista dell’ antimafia".
LA REPUBBLICA del 5 febbraio 2011
Dunque. La Camera dei deputati del vostro e mio Paese ha votato, a maggioranza, a favore della seguente tesi: Silvio Berlusconi telefonò alla Questura di Milano perché effettivamente convinto che la minorenne marocchina ivi trattenuta fosse la nipote di Mubarak, e di conseguenza era "preoccupato di tutelare le relazioni internazionali" (sono le parole testuali dell’onorevole Maurizio Paniz, del Pdl). Le ipotesi interpretative, secondo logica, sono due e due soltanto. Prima ipotesi: 315 deputati della Repubblica hanno avallato con il loro voto questa ricostruzione perché convinti che sia vera. Ne consegue che considerano il (loro) presidente del Consiglio uno scemo totale, così sprovvisto di discernimento da poter credere che una delle signorine prezzolate conosciute a Arcore fosse la nipote di un capo di Stato, e avendolo saputo, per giunta, di averla ugualmente scritturata per i suoi festini. Secondo caso: i 315 deputati hanno sottoscritto questa esilarante storiella sapendo perfettamente che è una balla. Ma preferiscono sottoscrivere il falso piuttosto che ammettere che il (loro) presidente del Consiglio possa finire davanti ai giudici per una malinconica faccenda di prostituzione minorile. Dopo il voto vittorioso, parecchi nella maggioranza ridevano. Di che cosa è difficile dire, visto che con il loro voto hanno certificato di essere o dei sostenitori di un cretino, o dei pubblici mentitori.
LA REPUBBLICA del 16 febbraio 2011
Tutti i giornali, i telegiornali, i siti del mondo parlano del nostro Paese. Pochi grammi di sollievo (pensando che forse questa volta Lui non riuscirà a venirne fuori) non compensano la tonnellata di amarezza che ci grava addosso. Primi al mondo a ritrovarci con un capo del governo chiamato a giudizio per un reato che mette disagio, e per una vicenda che mette tristezza. Il sentimento di impotenza (un genere di impotenza nei confronti della quale non vale alcun viagra, alcuna alchimia) è fortissimo, perché se davvero sarà una sentenza – anche la più giusta delle sentenze – a fermare l´avventura di Silvio Berlusconi, la politica ne uscirà comunque sconfitta. E ne usciremo sconfitti noi italiani, quelli che gli hanno creduto per fede o per calcolo, quelli come noi che in vent´anni non sono stati capaci di smontare il potere delirante di un uomo solo. Il breve interludio di Prodi, la cui civile normalità viene ora rimpianta anche alla luce della madornale smodatezza del suo predecessore e successore, non vale a sanare un bilancio disastroso. Non è questione di destra e sinistra. È questione di una misura smarrita, di un´intelligenza collettiva disattivata. Non mi sento, in questo senso, meno sconfitto e meno smarrito dell´ultimo dei suoi adulatori. Guardo lo stesso incidente dalla parte opposta della strada.
LA REPUBBLICA del 25 gennaio 2011
Pare che alla prossima "Isola dei famosi" parteciperanno la mamma di Valeria Marini, il figlio di Brigitte Nielsen, il fratello di Materazzi, la figlia di Ambrogio Fogar, la sorella di Balotelli e la nipote di Fabrizio De André. Ciascuna di queste persone merita tutto il nostro affetto, e a conoscerle meglio, avendone il tempo e soprattutto la voglia, sono sicuro che meriterebbero anche la nostra stima. Non è questo il punto.
Il punto è che, nel casuale affastellarsi di cognomi così variamente assortiti, si può leggere la definitiva potenza del Modello Televisivo: una specie di soluzione finale che azzera differenze e retaggi come neppure a Stalin, che evidentemente aveva meno mezzi, sarebbe riuscito. Perché laddove la nipote di Einstein e la cugina di Vanna Marchi (mettiamo) si ritrovassero a spartire un capanno, e a contendersi una noce di cocco, allora vuol dire che siamo davvero, e finalmente, tutti uguali e tutti iscritti alla stessa gara. Non era poi questo, esattamente questo il sogno radicale delle grandi rivoluzioni sociali? Poi resta da stabilire, ovviamente, se contendersi tutti insieme una noce di cocco mentre la Marcuzzi o Sgarbi (non so, non me ne intendo) commentano dallo studio, sia la vita ideale che avevamo sognato per la Futura Umanità. Ma questo è un altro discorso.
LA REPUBBLICA del 15 novembre 2011
Dal Canada mio cugino mi manda una mail di mezza riga: "Enfin il est parti, le clown…". Finalmente se n´è andato, il clown. Sintetico. E terribile. Mi sembra che nelle dotte analisi di questi giorni non sia compreso quel sentimento di umiliazione e insieme di incredulità che è stato l´anima del cosiddetto "antiberlusconismo". Era qualcosa che andava molto al di là della passione politica (e proprio per questo suonano incongrue le polemiche sulla faziosità degli italiani). Era qualcosa che riguardava i modi e i toni dello stare al mondo, andando a toccare il nervo profondo, profondissimo della misura umana. Le frasi dei padri: "Non ti vantare, solo gli sciocchi si vantano". Quel disagio per gli eccessi del denaro e del potere, e per gli eccessi in genere, che è, tra le virtù democratiche, la più spontanea, la più popolare e la meno ideologica. Quell´imbarazzo tremendo (quasi vergognandosi in sua vece) per l´egolatria puerile, rumorosa, invadente, insana in un adulto, patologica nel capo di una democrazia. Quel non trovare più traccia, nel suo volto, nelle sue parole, nelle sue cerimonie aliene, di niente che ci ricordasse le nostre origini borghesi, operaie, contadine. Quell´idea delle donne. Quel sentirci, a milioni, stranieri in patria. Quel sentirci, per giunta, incapaci di spiegare a tutti, anche ai suoi elettori, che non era la politica, a farci stare così male.
