LA REPUBBLICA del 17 maggio 2011
Nella città italiana che, insieme a Roma, ha pagato il prezzo più alto all´odio politico degli anni Settanta, il tentativo di riesumarlo si è ritorto contro i suoi tardivi artefici. La carta di "Pisapia amico dei terroristi", sventolata dai due più importanti giornali di destra italiani (entrambi milanesi), ha contato come il due di picche. La "moderata" Moratti, che l´ha goffamente impugnata per esorcizzare il suo rivale, sa chi deve ringraziare per il suo tonfo. Di qui al ballottaggio, è lecito attendersi ogni bassezza. Si moltiplicheranno gli attacchi personali a Pisapia, alla sua storia politica, ai suoi familiari. È stata esemplare, fin qui, la sua saldezza di nervi, nonché una signorilità che, lei sì, ha certamente contribuito ad accreditare di un profilo davvero "moderato" un candidato che veniva da Rifondazione. Sarà certamente felice anche Massimo D´Alema, che ha sempre sostenuto che non basta vincere le primarie, conta vincere le secondarie. A Pisapia le primarie sono servite per "scaldare" il suo elettorato e compattarlo (anche grazie alla lealtà del rivale sconfitto, Stefano Boeri). Non così è andata a Napoli, dove il Pd paga il prezzo di primarie obbrobriose, finte e manipolate, e giustamente arranca. Aiuta e conforta riscoprire che in politica ciascuno è responsabile del proprio destino. E che nella vittoria e nella sconfitta pesa, e molto, ciò che si dice, ciò che si fa, ciò che si è.
LA REPUBBLICA del 25 maggio 2011
Il clamore mediatico attorno a spintoni e urlacci fa torto alla vera novità di rilievo di questa campagna elettorale, che è l´imponente ondata satirica (in specie, parodistica) che si abbatte sui siti e i blog. Un´anti-propaganda di massa, fatta di migliaia di messaggi spesso molto spiritosi che buttano in ridicolo la politica della paura, boicottando quella fabbrica delle fobie che, nella destra di potere, è perfino più attiva e venefica della fabbrica del fango. Una risata non ha mai seppellito nessuno, ma è piacevole scoprire che all´invettiva, che in rete abbonda, molte persone preferiscono la presa per i fondelli, che ha il vantaggio di spiazzare e di far riflettere. Spiace che la destra, con pochissime eccezioni, non disponga di una efficace contraerea, rispondendo battuta su battuta, pur disponendo di un bersaglio (la sinistra) decisamente invitante. Ma è un vecchio problema, questo, che oggi ripropone a livello "di base" analoghe polemiche già udite a livello di "vertice". Solo che qui è un po´ difficile prendersela con varie ed eventuali caste televisive e teatrali di comici "comunisti", perché non risulta che gli internauti siano raccomandati o promossi da alcuno, o tutelati dalla famosa egemonia radical chic. Nessuno impedisce a eventuali incursori leghisti o pidiellini di fare il verso al Pisapia ciclista o alle sciure milanesi tutte Prada e goscismo. Se invece delle battute spiritose esce solo un livore greve, forse vuol dire che la risata, a destra, è un´arma poco conosciuta.
LA REPUBBLICA del 26 maggio 2011
La catastrofica gaffe di Bruno Vespa l´altra sera (una dichiarazione della moglie di Pisapia contro Berlusconi trasformata, assurdamente, in una dichiarazione contro lo stesso Pisapia) è sicuramente senza dolo. Ma è uno dei tanti indizi che, messi in fila, mettono a nudo la debolezza e la stanchezza di un sistema di potere logoro. La pessima campagna elettorale morattiana, il tonfo della presuntuosa trasmissione di Sgarbi, l´inevitabile cartellino rosso dell´Agcom ai telegiornali-megafono, la promessa dello spostamento di ministeri che voleva incantare gli elettori e ha solo spaccato la maggioranza, le voci di palazzo su trame e controtrame per seppellire Berlusconi ancora da vivo, tutto ha un sapore nervoso, maldestro, mediocre. Soprattutto mediocre, come se un´intera classe dirigente si rivelasse infine al di sotto di ciò che si illudeva di essere. Come se il progressivo affievolirsi dell´astro Berlusconi permettesse di mettere finalmente a fuoco ciò che gli stava attorno, il suo personale politico, la sua corte, i suoi luogotenenti. Il problema più rilevante del leaderismo è che l´esistenza di un Capo consente di vivacchiare alla sua ombra, a volte con dubbio merito. I Capi non promuovono il merito, ma la fedeltà. Non creano una classe dirigente, ma una claque.
LA REPUBBLICA del 6 maggio 2011
E così i famosi Responsabili hanno riscosso quanto dovuto (anzi, solo la prima tranche. La seconda è in arrivo). Pur sapendo bene che la politica non è un luogo che zampilla etica e sprizza probità, lascia di stucco la soave naturalezza con la quale tutto è accaduto. I nuovi sottosegretari parlano della loro nomina come di un prezzo dovuto, come il professionista che mostra sereno la sua parcella. Chi di loro si lasciò sfuggire, solo pochi mesi fa, frasi sprezzanti contro il premier, e giuramenti solenni sul proprio disinteresse (molti giornali e siti ne fanno un´impressionante florilegio, segnalo tra tutti il blog il Nichilista di Fabio Chiusi), oggi allarga le braccia come per dire "è la politica, ragazzi", e si rimangia ogni promessa e contropromessa: tutto è azzerato dal legittimo contratto di assunzione a sottosegretario, stipendio a cura di noi tutti. Non c´è dietrologia, non trama oscura, non recondite manovre. Tutto è alla luce del sole, tutto affiorato, e galleggia sotto il sole di maggio e sotto i nostri occhi sempre più assuefatti. Cerchiamo di ricordarci quando (mesi fa? anni fa? decenni fa?) un simile mercato avrebbe fatto avvampare il dibattito pubblico, arroventato tutte le prime pagine, e suggerito ai suoi protagonisti di nascondersi, per le trattative, dietro una tenda o una colonna. Ma non ce lo ricordiamo più. Già: che anno era, quando potevamo ancora dire e scrivere "che vergogna" senza essere sicuri di sprecare il fiato?
LA REPUBBLICA del 21 aprile 2011
Merita molta simpatia un ragazzo di vent´anni (Mattia Calise, grillino) che vuole fare il sindaco di Milano, disinteressatamente, spendendo per la sua campagna elettorale quello che Letizia Moratti spende per una messa in piega, e dichiara ai giornali, insieme a qualche comprensibile fesseria, anche molte cose giuste. Ma la simpatia non basta quando il ragazzo Mattia ripete la solfa (vecchia come il cucco) «destra e sinistra sono la stessa cosa», e mette sullo stesso piano Moratti e Pisapia, che sono due persone profondamente diverse in rappresentanza di culture diverse, interessi diversi, mondi diversi. Per i grillini tutto – tranne loro stessi – è "vecchia politica", ma in questa macina indistinta e rozza tritano persone, esperienze, ideali, comunità che hanno qualche merito da spendere, e qualche esperienza da raccontare. Non voterei mai per un candidato minore (è il caso di Mattia) che rifiuta di dirmi con chi intende allearsi in un eventuale secondo turno di ballottaggio. Il voto non è solo una nobile testimonianza, è una monetina che serve, insieme a milioni di altre monetine, a formare un patrimonio. Si va in politica, si fa politica, per battersi e spesso anche per allearsi e compromettersi. «Destra e sinistra sono uguali» non è politica né antipolitica: è un lusso per presuntuosi. La politica è umile. E fa i conti con l´imperfezione.
LA REPUBBLICA del 11 febbraio 2011
La confusione è tale che forse vale la pena ripassare i fondamentali. Chi accusa "i moralisti" di "prendersela con le mignotte" non ha capito, evidentemente, di cosa si sta parlando. Non si sta maledicendo il libertinaggio, non i costumi privati, non l’eros nelle sue varie mutazioni, non la prostituzione, men che meno le prostitute. Si sta maledicendo un potere che nomina le sue favorite nel Palazzo, usando le cariche pubbliche come moneta per ripagare prestazioni private. Non si sta biasimando la confusione tra i vizi privati e le pubbliche virtù (che pure qualche domanda dovrebbe sollevare, nel paese del "Family Day") ; si sta biasimando la totale, definitiva confusione tra le pulsioni private e le funzioni pubbliche, la giustapposizione tra stanze del piacere e stanze del potere. Perché se è vero che anche una prostituta può e deve poter diventare ministro, così come un avvocato o un operaio, è anche vero che né una prostituta, né un avvocato, né un operaio deve diventare ministro o deputato o consigliere regionale per concessione privata, come nei regimi. La nostra è una democrazia elettiva (nonostante la turpe legge elettorale in vigore), e come fa a riempirsi la bocca di "volontà popolare" chi sistema pupille e pupilli su poltrone delle quali solo il popolo, con il voto, dovrebbe essere padrone? Quella del "moralismo" è una fragile bugia per non parlare di politica e per non parlare di democrazia.
Michele Serra da La Repubblica del 11 maggio 2010
Se esistesse un Emilio Fede di sinistra, direbbe che Emilio Fede quello vero, con il suo pistolotto sprezzante su Roberto Saviano, ha espresso, su Saviano, un’ opinione molto simile a quella dei Casalesi. (Lo farebbe, però, storpiando il nome di Emilio Fede, perché storpiare apposta il nome di chi si odia è una delle forme retoriche preferite da Fede quello vero, che ai suoi nemici, e ai nemici del suo padrone, non riconosce neppure il diritto di avere un nome degno di essere detto). Fortunatamente un Fede di sinistra non esiste: è uno dei pochi privilegi che le rimangono, alla povera sinistra italiana. E dunque, conoscendo le profonde differenze di ruolo, di pensiero e di vita tra Fede e i Casalesi, ciò che va detto è altro, e forse, purtroppo, è ancora più grave. L’ idea che Saviano sia un vanitoso o un furbo che mette a frutto il suo successo editoriale giocando a fare l’ eroe è piuttosto diffusa negli strati meno pensosi e meno avveduti dell’ opinione pubblica. E’ un’ idea meschina e bugiarda (Saviano darebbe qualunque cosa, oggi, per riavere la vita decente che spetta a un ragazzo di trent’ anni, reo di scrittura e di niente altro, cittadino italiano e non suddito di una tirannia tribale africana), ma appartiene all’ indecente spirito servile di un Paese zeppo di morti alla ragione. Fede non ha fatto che raccoglierla da terra, e mostrarla alle telecamere.
LA REPUBBLICA del 10 aprile 2011
Se qualcuno mi dicesse «devi tagliarti la barba, induce diffidenza, dà l´impressione che chi la porta voglia nascondere qualche malformazione», io gli risponderei: «vada subito da uno psichiatra, ma ne trovi uno bravo perché ne ha molto bisogno». Invece il giovanotto con il pizzo che si è sentito apostrofare da Berlusconi con quella frase metà cafona, metà demente, pareva deliziato, come chi si sente immeritatamente irradiato da una luce salvifica. Lo so, ci si ripete: ma ciò che più sbalordisce, in questa parodia di regime che chiamiamo berlusconismo, è la totale mancanza di autonomia e dignità dei sottoposti. È una specie di sottomissione estatica che rimanda allo stato di soggezione degli affiliati a una setta religiosa, non certo ai rapporti politici così come si dipanano, di norma, in democrazia. Quando si assiste a liturgie e cerimonie di questo culto mortificante, il sentimento che prevale è l´imbarazzo per conto terzi. Viene voglia di prestare assistenza alle vittime, sia pure consenzienti. Da barbuto a barbuto, vorrei dire al "malformato" che esistono risposte – anche cortesi – che aiutano a rispedire ogni offesa al mittente. Ma prima bisognerebbe che lui capisse di essere stato offeso. E qui sta il vero problema. Forse insolubile.
LA REPUBBLICA del 7 aprile 2011
Bastano cinque secondi dello scorso "Ballarò" a riassumere alla perfezione la situazione italiana. Un giornalista (Mieli) dice: "Non è vero che Berlusconi ha comperato una villa a Lampedusa". Un ministro (Fitto) risponde: "Ma voi avete l´ossessione di Berlusconi!". Il giorno dopo uno dei cento avvocati di Berlusconi (Ghedini) chiosa: "Non l´ha comperata, però la comprerà". Se ne deduce: 1 – Che la realtà e la verità, per Berlusconi, sono solo un impiccio provvisorio, comunque subordinabile ai suoi desideri e al suo denaro. 2 – Che farlo notare espone alla critica non Berlusconi, ma chi lo fa notare. 3 – Che questa critica si è consolidata in una efficace formula, "ossessionati da Berlusconi" (ma anche, tout court, "antiberlusconiani") che fa ricadere sui perseguitati l´implacabilità del persecutore: se uno ti taglia ogni mattina le gomme della macchina e tu te ne lamenti, significa che vivi nell´assurda ossessione di avere una macchina con le gomme intatte. 4 – Che il sistematico ribaltamento della logica è efficace: molti di noi "ossessionati", per la grande stanchezza di sentircelo rinfacciare ogni giorno, a volte, pur di non morire di noia, cambiamo argomento. 5 – Che la realtà (Berlusconi non ha comperato una villa a Lampedusa, anche se potrebbe comprarla) è la sola vera vittima di questo patologico gioco delle parti.
LA REPUBBLICA del 12 aprile 2011
Il comizietto irato del premier all´uscita di Palazzo di Giustizia rimanda, con impressionante precisione, al finale del Caimano di Nanni Moretti. Non fosse per quei palloncini azzurri che dondolavano al sole, in un surreale anticipo di estate. Chi ha sbagliato? Moretti, che ha immaginato la scena in un notturno plumbeo, goyesco, o il Caimano, che l´ha poi realizzata in una luce smagliante, da dejeuner sur l´erbe? Diciamo che diventa decisivo lo sguardo dello spettatore. Per gli italiani angosciati e stremati dalle grida e dalle minacce di Berlusconi, appare nero qualunque esito. Per quegli altri italiani, che circondano festanti il loro Cristo da convention, anche il gesto più sovversivo, la frase più violenta appaiono un viatico di libertà e letizia, una Pasqua di resurrezione. E poiché sono stati proprio loro, fino adesso, a realizzare il copione, è ovvio che a vedere nero siamo solo noi, che dietro quei palloncini infantili scorgiamo i fantasmi dell´impunità, della rivolta anti-repubblicana e di un consenso sordo a ogni dubbio. Una spaccatura così drammatica non ha eguali se non nella guerra civile tra fascisti e antifascisti. Solo che le due Italie di oggi non sono due fazioni contrapposte, sono – peggio – due realtà inconciliabili. Una con i palloncini azzurri, l´altra che li vede neri come la pece.
